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Omelia Don Carlo 2 luglio 2019

Omelia 02 luglio 2019

“Pieni di stupore […], venti, mare Gli obbediscono”.
Lui domina la natura, interviene ed interrompe le leggi della natura.
E gridano al miracolo perché sono talmente distanti da quel che vedono che per svegliarli, per metterli davanti a Dio, ci vuole il naufragio, l’uragano e Uno più forte del naufragio e dell’uragano.
Ma non può essere così, questa è una fede da “infartuati”, che sorprende a volte così, ma non ti accorgi che il primo miracolo non è l’interruzione violenta delle leggi della natura, ma – come dice padre Malachia nel romanzo di Bruce Marshall – le leggi della natura sono il primo miracolo. Se uno le guarda con attenzione, ti mettono davanti al Creatore della natura.
“Si svegliò al mattino e quando si toglieva il pigiama e si doveva vestire e guardava ancora sulla sedia i pantaloni, la camicia e le scarpe, dove le aveva messe, si stupiva dicendo: ma che diritto ho che esista la legge di gravità che mantiene le cose al loro posto? Perché non devono essere in giro tra le galassie?”
Per padre Malachia tutto era un miracolo, era un miracolo continuo, faceva un’esperienza di miracolo continua di stupore. Non aveva bisogno di prendere le botte dall’uragano. Era una fede lineare, tranquilla, luminosa.
Non era un’eccezione, era la normalità.
Tutte queste leggi che vedeva Malachia le vedon tutti, ma non le vedono come segno di niente, non sono miracoli, non mettono davanti a nessuno.

Che cosa occorre perché tutto diventi un miracolo?
Appunto, quella domanda che si fanno solo quelli lì sulla barca: ma chi è mai costui che fa queste cose? Che vedono l’eccezione, l’intervento eccezionale e si chiedono chi è costui, chi è il colpevole, vanno a cercare la causa ultima, non si arrestano alla penultima, ci vanno in fondo, alla radice, a capire da dove viene tutto. Cioè sono radicali, vanno oltre l’apparenza.
Per chi è radicale tutto è miracolo, per chi è superficiale niente è miracolo. Non si stupisce mai di niente o banalizza tutto. E niente lo entusiasma, a meno che non ci sia la fede “da infarto”.
A noi non mancano i segni, manca uno sguardo vero, adeguato che colga i segni. Quindi non ci servono amici carini o simpatici o bravi, ci servono amici da uno sguardo radicale.

Omelia Don Carlo 1 luglio 2019

Omelia 01 luglio 2019

Dio disse ad Abramo: “Non distruggerò la città dei peccatori” perché nell’idea di Abramo, Dio distrugge i peccatori, è un signore onnipotente, impone le sue leggi, gli uomini sono i suoi sudditi e devono ubbidire; se disubbidiscono a Dio, c’è l’ira di Dio che li punisce.
Questa è l’idea, il monoteismo che ha in testa Abramo, e gli sembra il massimo, in quel tempo di idolatria. È per questo che va a contrattare spudoratamente con Dio, per frenare Dio, per dire: “Distruggi i cattivi ma se ci abita un solo giusto, tu lo salvi, se no non sei giusto. Sparare nel mucchio, non te lo passo”.
Questa è l’idea che ha Abramo, ma questo non è il Dio che abbiamo incontrato, grida il salmista.
“Dio non punisce le colpe, è misericordioso e pietoso”.
Il Dio incontrato dagli Ebrei non è un signore onnipotente che impone leggi arbitrarie e che si adira quando uno sbaglia e lo distrugge.
Il Dio si rivela, è il contrario del Dio immaginato da tutte le religioni create dall’uomo.

Però la pena e la punizione nella vita ci sono, e tanto. Allora se non è Dio che ci punisce, chi ci punisce? Chi ci fa penare tanto?
Quanti cristiani pensano che il dolore è punizione di Dio.
No! Chi punisce non è Dio, chi punisce sono gli idoli, i falsi dei, cioè le cose che non sono Dio e tu le adori come se fossero Dio, cioè pretendi che le cose ti facciano felice e quando hai questa pretesa sei sempre punito dalle cose, sempre deluso, perché non sono Dio.
Se invece chiedi a Dio la felicità, da Dio sei sempre esaudito.
Come? Che cosa ci dà Dio? Cosa dà Dio agli uomini che Lo pregano? Non gli dà delle cose, le cose le ha già date a tutti, ma le cose deludono sempre!
La risposta di Dio non sono delle cose; Dio ci dà Gesù e Gesù è la pienezza, è quello che riempie il cuore.

Quando noi siamo delusi non è Dio che ci delude o che ci punisce, sono i nostri dei. È che noi, invece che chiedere a Dio che ci dia Se Stesso, cioè Gesù, Gli chiediamo delle cose e poi siamo delusi dalle cose, è ovvio.
Ma tu ci credi davvero che Gesù è Dio o fai parte del clan dei cristiani, quelli del “Gesù cioè”?
Gesù cioè gli amici, Gesù cioè il trenta e lode, Gesù cioè il moroso che mi aspetta…
Sempre Gesù più qualcosa. Gesù, o cioè qualcosa.
Ma se ci vuole “Gesù cioè” o Gesù più qualcosa, che razza di Dio è Gesù?!
Tu vuoi Dio o sei un pagano che adora la natura? Questa è la sfida di ogni giorno, è di qui che si gioca la possibilità di respirare desiderando la felicità.

Omelia Don Carlo 28 giugno 2019

Omelia 28 giugno 2019

“L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori”.

Negli occhi di Paolo, nella coscienza di Paolo questo è il cristianesimo: l’amore di Dio riversato in cuori umani. Uomini normali che possono amare la realtà, se stessi, come ama Dio. E cosa cambia? Che novità porta l’amore di Dio se si riversa dentro l’amore naturale?
L’amore naturale, come potentemente l’ha intuito Platone, lo ha analizzato Freud, è eros, attrazione, bisogno.
Dice letteralmente Platone: ἐπιθυμίᾳ καὶ διώξει ἔρως ὄνομα: è “desiderio appassionato e ricerca appassionata” perché io ho bisogno di tutto, sono tutto mancante, sono incompiuto, sono vuoto come una spugna, assetato, e io vivo se ricevo, se sono riempito. Io non posso amare gratis, perché ho bisogno! Non posso amare senza calcolo. Io sono un bisogno. Io sono costretto all’egoismo.
Solo Uno che è tutto, può dare tutto gratis. Solo Dio che ha tutto ed è tutto può permettersi di amare gratis.
Ma se io incontro Dio, Lo conosco, Lo accolgo, io posso amare come ama Dio, mi posso permettere di amare gratis.
Il cristiano è un uomo nel cui cuore si riversa l’amore di Dio. Lui in sé sarebbe niente, come tutti gli altri, ma se accoglie Dio, è un pover’uomo che scopre di poter vivere da Dio. La condizione è quella, che ogni giorno Dio gli riempia il cuore. Come lo riempie? È l’intuizione del salmista, del salmo 22 che abbiamo letto: “Davanti ai miei occhi tu prepari una mensa e il mio calice trabocca”.
Dov’è questa mensa che ogni giorno Lui prepara davanti ai miei occhi ed anche in faccia ai miei nemici? E dove vedo che il tuo cuore trabocca?
Lì è il punto in cui l’amore di Dio si riversa dentro il tuo cuore e comincia ogni
giorno questa avventura miracolosa che ci rende, dice ancora Paolo: “[Siamo stati fatti] spettacolo agli uomini e anche alla faccia degli angeli” che ci invidiano perché Dio ha bypassato gli angeli, non si è fatto angelo, si è fatto uomo. Questo fa impazzire di invidia i demoni, perché è indegno di Dio farsi carne, cibo, farsi materia. Eppure Dio ha fatto questa scelta e la rifà ogni mattina con me e con te.

Omelia Don Carlo 27 giugno 2019

Omelia 27 giugno 2019

Come si complicano e diventano anche violenti i rapporti tra Sarai, Agar e i due figli quando si riduce la portata del desiderio e la promessa di Dio, come nel caso di Abramo la discendenza. Confondere l’eternità con la posterità! Tutto si complica. Ci fa pena la complicazione tra quelle due donne, la violenza che ne può nascere. Invece, davanti a Gesù tutto si semplifica, tutto diventa autentico. Comincia, come dice il Vangelo, che le folle stupite del suo insegnamento. Lo stupore che non è appena quello psicologico, di fronte ad una cosa nuova, un emozione che poi vola via e non cambia niente. Qui c’è ben di più! C’è ἐξεπλήσσοντο: vuol dire essere percossi ed esplosi. “ex” fa saltare fuori e prendi un colpo tale che ti fa esplodere quello che hai dentro. Ti smaschera fa luce su quello che hai nel cuore come la diagnostica, la TAC, l’RX, ti fa vedere come sei dentro. Ti impone un attimo di sincerità totale. In quell’istante sei tu, nudo davanti a Dio. E vedi come sei, e devi decidere che cosa vuoi essere da quel momento. Cristo non ti toglie la libertà, neanche di tornare come prima. Ma ti mette in mano per un istante la vita. Ti rende cosciente come mai prima. Questo è il compito di Cristo nel mondo. Questo è il compito nostro. Donare a chi incontriamo questo attimo di sincerità. Un istante di libertà totale in modo che uno diventi protagonista e possa decidere cosa vuole fare della sua vita. Questo è lo stupore, l’esplosione del Dio che Cristo dona per l’esplosione del Dio che Cristo dona a quelle folle in quell’istante. Ognuno si vede e deve decidere. Come accade questo? Come facciamo noi a fare questo dono agli uomini? A mettere loro in mano per un istante la vita perché vedano chi sono e decidano? Come ha fatto Gesù.
“Egli insegnava come uno che ha autorità”. Che qui è tradotto in modo un po’ restrittivo. Autorità vuol dire autoritario, violento ἐξεπλήσσοντο percossi ed esplosi – exusian ex ein – vuol dire: far venire fuori tutto il suo essere, la sua natura, le sue capacità. Cristo mostra agli altri quel che Lui è dentro. Mette se stesso nelle parole e nei gesti. Si esprime per quel che è. È fuori come è dentro. Il volto ed il cuore sono una cosa sola. È tutto trasparente, è Lui e ti fa diventar te stesso.
La fede cristiana non ti chiede una performance chiede te, di essere nudo e crudo come Dio ti sta facendo in quell’istante. Convertirsi, credere non vuol dire diventare un altro, alienarsi, rientrare negli schemi morali delle religioni. È terribile! No! Credere, convertirsi vuol dire diventare finalmente me, scoprire il gusto di dire io dentro l’universo. È la cosa più facile del mondo, ma non la più ovvia e non la più frequente in questo mondo.

Omelia Don Carlo 26 giugno 2019

omelia 26 giugno 2019

“Rimanete in me, chi rimane in me porta molto frutto!”
Questo grida il cuore di Gesù, l’ultima cena, l’ultima notte. Questo grida il cuore di un uomo cosciente di sé.
Perché noi siamo fatti per rimanere in vita per sempre. Siamo fatti per vivere in eterno.
Chi non capisce questa urgenza non ha mai detto in vita sua veramente ‘io’ una volta.
Ogni cuore umano freme per il desiderio dell’eternità ma siccome è un desiderio l’uomo può solo fremere ed immaginarlo.
Ed immaginandolo lo riduce. Come i Pagani antichi, i Greci, i Romani riducevano. Tutta la loro epica è piena di questa riduzione alla fama e alla gloria davanti ai posteri.
Il tristissimo Ade dei greci era questo: l’unica speranza di eternità e felicità è che i posteri si ricordino di me.
Anche Abramo lo riduce alla discendenza biologica. “Puoi contare le stelle, questa è la tua discendenza!”
Dio entra immediatamente nella carne e nell’anima di Abramo, di quei due lì anziani. Sterile: il massimo che gli bruciava nell’immaginazione erano dei figli che continuassero biologicamente la sua vita. Ecco: povero illuso!
Un figlio, un figlio cosa salva? In un figlio cosa resta di te? La tua natura, non la tua persona! La natura si trasmette, il proprio dna si trasmette.
Ma l’io non si trasmette, l’io è unico. Io sono unico nell’universo. Morto me, è morto tutto, può restare il mondo, non ci sono più io.
Questo non riesce a balenare nella mente di Abramo, tant’è primitiva e rozza la sua concezione della vita.
C’è dentro il desiderio dell’eternità ma ridotto alla trasmissione biologica.
“Dai loro frutti, dunque, li riconoscerete” conclude il Vangelo di Matteo, e noi dal frutto riconosciamo l’illusione di Abramo. Perché Abramo la discendenza l’ha avuta, Isacco l’ha avuta, ma non ha avuto l’eternità. Morto lui, morto isacco, morto Giacobbe, son morti tutti i discendenti delle tribù.
Continuano a morire tutti.
C’è un unico discendente di Abramo che resta per sempre ed è Gesù risorto, questo garantisce l’eternità che Abramo bramava. Gesù risorto resta perché è risorto.
Il resto non resta, non è eternità, è illusione, immaginazione.
Gesù risorto dice a me stamattina: “Carlo, tu sei nato e non morirai più, vivrai per sempre con me in eterno, se mi guardi, sei certo.” Adesso. Che cosa ti cambia esser certo adesso di quello che si compirà dopo? Da quando ho intuito questo, io mi alzo ogni mattino per rispondere a questa domanda, per vedere cosa cambia in una giornata vissuta con questa certezza che Abramo non ha potuto conoscere. Mi alzo al mattino per porre a questo livello l’asticella del desiderio.