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Omelia Don Carlo 30 gennaio 2019
*omelia 30 gennaio*
“Ha reso perfetti quelli che sono santificati”. Ma quale perfezione ha portato Cristo nella vita di tutti? Mi guardo e in me è tutto imperfetto. Ho i problemi, le ferite, l’incompiutezza di tutti, di chi non crede. Cosa c’è in me di perfetto? Perchè una cosa c’è, me la sento addosso, ho un tono di certezza,di pienezza, un vertice del sentimento di me stesso che mi fa provare un brivido che altri non hanno. Questo è vero.
“Porrò la mia legge nel loro cuore e nella loro mente”, ecco il punto perfetto. Che la legge della mia vita, quello che mi muove, che mi spinge, che mi conduce, il driver, la direzione e la spinta sono dentro il mio cuore, coincidono con il mio cuore. La legge ce l’ho dentro, non ubbidisco a uno superiore a me, sarei alienato. Ubbidisco a me stesso, seguo il mio cuore e sono libero. Questa è la perfezione di Cristo, mi ha reso libero.
I primi cristiani usarono una parola sintetica per indicare l’opera di Cristo, ‘Redemptio’, in latino, in greco è απωλύτρωσις, il riscatto dello schiavo.
Ero schiavo, oggetto, possesso di un altro, mi ha reso protagonista di me stesso. Posso fare della mia vita quello che voglio. Posso desiderare l’infinito e domandarlo a Lui che è l’infinito. Se io voglio la felicità totale Dio me la dà, basta che io Gliela domandi e non vede l’ora che io Gliela domandi. Se io non voglio niente, voglio far da solo, Lui si inginocchia e mi dà il potere di fare da solo quello che voglio della mia vita.
Questa è la perfezione portata da Cristo. Si chiama libertà: l’essere io protagonista della mia felicità. C’è tutta quella che voglio, e solo quella che voglio. Questo è blasfemo per gli uomini religiosi, inorridiscono al pensiero che l’uomo sia legge a se stesso, che sia lui protagonista della sua felicità. Per gli atei è una favola, dicono “ma tu te la racconti”, “voi ve la raccontate”.
E per noi? È vero o non è vero che abbiamo questa perfezione dentro di noi? Non dobbiamo rispondere con le parole, non dobbiamo convincere nè gli uomini religiosi, nè gli atei. Dobbiamo raccogliere la sfida, che chi accoglie il Seminatore semina il seme, chi accoglie il seme che io semino porta frutto, al trenta, al sessanta e qualcuno al cento per uno. Si può sapere solo cogliendo il seme, coltivandolo, ospitandolo, dedicandosi al seme. È il seme che deve rispondere, non io. E il seme se c’è si vede, se non c’è, si vede. Che frutto porta questo seme che Cristo è nella mia vita? È la cosa più bella che abbiamo da condividere.
Omelia Don Carlo 30 gennaio 2019
*omelia 30 gennaio*
“Ha reso perfetti quelli che sono santificati”. Ma quale perfezione ha portato Cristo nella vita di tutti? Mi guardo e in me è tutto imperfetto. Ho i problemi, le ferite, l’incompiutezza di tutti, di chi non crede. Cosa c’è in me di perfetto? Perchè una cosa c’è, me la sento addosso, ho un tono di certezza,di pienezza, un vertice del sentimento di me stesso che mi fa provare un brivido che altri non hanno. Questo è vero.
“Porrò la mia legge nel loro cuore e nella loro mente”, ecco il punto perfetto. Che la legge della mia vita, quello che mi muove, che mi spinge, che mi conduce, il driver, la direzione e la spinta sono dentro il mio cuore, coincidono con il mio cuore. La legge ce l’ho dentro, non ubbidisco a uno superiore a me, sarei alienato. Ubbidisco a me stesso, seguo il mio cuore e sono libero. Questa è la perfezione di Cristo, mi ha reso libero.
I primi cristiani usarono una parola sintetica per indicare l’opera di Cristo, ‘Redemptio’, in latino, in greco è απωλύτρωσις, il riscatto dello schiavo.
Ero schiavo, oggetto, possesso di un altro, mi ha reso protagonista di me stesso. Posso fare della mia vita quello che voglio. Posso desiderare l’infinito e domandarlo a Lui che è l’infinito. Se io voglio la felicità totale Dio me la dà, basta che io Gliela domandi e non vede l’ora che io Gliela domandi. Se io non voglio niente, voglio far da solo, Lui si inginocchia e mi dà il potere di fare da solo quello che voglio della mia vita.
Questa è la perfezione portata da Cristo. Si chiama libertà: l’essere io protagonista della mia felicità. C’è tutta quella che voglio, e solo quella che voglio. Questo è blasfemo per gli uomini religiosi, inorridiscono al pensiero che l’uomo sia legge a se stesso, che sia lui protagonista della sua felicità. Per gli atei è una favola, dicono “ma tu te la racconti”, “voi ve la raccontate”.
E per noi? È vero o non è vero che abbiamo questa perfezione dentro di noi? Non dobbiamo rispondere con le parole, non dobbiamo convincere nè gli uomini religiosi, nè gli atei. Dobbiamo raccogliere la sfida, che chi accoglie il Seminatore semina il seme, chi accoglie il seme che io semino porta frutto, al trenta, al sessanta e qualcuno al cento per uno. Si può sapere solo cogliendo il seme, coltivandolo, ospitandolo, dedicandosi al seme. È il seme che deve rispondere, non io. E il seme se c’è si vede, se non c’è, si vede. Che frutto porta questo seme che Cristo è nella mia vita? È la cosa più bella che abbiamo da condividere.
Omelia Don Carlo 29 gennaio 2019
*Omelia 29 gennaio 2019*
“La legge…non ha mai il potere di condurre alla perfezione”.
Lo sguardo lucido, drammatico di questo autore della lettera agli ebrei. Un ebreo che ha dedicato la vita alla legge, e deve dire che la legge non ha mai il potere di condurre alla perfezione. La legge non è altro che un traino che ti conduce, ma la legge in sé è imperfetta, non ti conduce a se stessa, deve condurre altrove. Non dico che una legge vale l’altra, ma la legge vale in quanto ti conduce alla perfezione per cui tu sei fatto.
Perché tu sei incompiuto. Come dice la parola: io sono natura. Naturus è un participio futuro: sono nato, ma incompiuto devo continuare a nascere per raggiungere il mio compimento, che non avviene con la nascita. Ma deve avvenire dopo. La nascita è soltanto l’abbrivio, l’inizio, lo start della mia realizzazione.
Come dice Dante, Purgatorio XVI: “lo cielo, i vostri movimenti inizia”, ma non li compie. E come, direbbe l’informatico: Dio fa l’hardware, ma il software ce lo metti tu. Devi personalizzare te stesso, “customizzare” si dice, devi decidere tu chi vuoi essere. Pensate che avventura diventa la vita: in ogni opzione che faccio, in ogni scelta, io disegno il mio volto eterno, decido chi voglio essere. La cosa più bella è poter scegliere. E il criterio della scelta è ciò che mi realizza, ciò che realizza quello che io mi sento dentro. Non le cose che sento. Le cose che sento sono uno strumento, uno strumento musicale. Certo ogni strumento ha il suo timbro. C’è a chi piace più il violino, il pianoforte, il piffero. Ma il vero problema non è con quale strumento io suono la musica che ho dentro, ma: che bellezza ho dentro? E’ l’amore e la bellezza del cuore del musicista, che fa vibrare lo strumento in un’altra cosa. Io sono un povero uomo incompiuto dalla nascita e sarò incompiuto fino alla morte. Ma io pur essendo un povero uomo incompiuto, posso amare il compiuto, amare l’infinito, posso suonare con il mio povero cuore una musica infinita, anche se lo strumento che ho è così precario, limitato.
Quando mi viene da lamentarmi della mia vita, è perché ho dimenticato questo segreto.
Omelia Don Carlo 28 gennaio 2019
*Omelia 28 gennaio 2019*
Oggi è la festa di San Tommaso d’Aquino. Il pensatore più grande, più sistematico del Medioevo. Qual è il segreto di quest’uomo che viene chiamato _il_ dottore della Chiesa? Il fuoco che gli brucia dentro, qual è? Ho trovato nel commentario alla lettera di San Paolo ai Colossesi una frase intrigante, luminosa, con un pizzico di equivoco… Ecco cosa dice di sé: “Sicut qui haberet librum uno essere tota scientia”, io sono uno che so di avere un libro in cui c’è tutto il sapere.
Ecco, è un uomo affamato del vero, ma “tota scientia”, tutto il vero, intero. È uno che non lo accontenti con le briciole. Se avesse questo libro, cosa farebbe?
Continua lui: “Non oportet quaerere nisi ut sciret illud librum”.
Non vorrei fare altro che continuare a studiare tutta la vita quel libro.
E poi guarda la sua vita in flashback e dice: “Ma io questo libro l’ho trovato!”
“Sic non oportet amplius quaerere nisi Christum”, non ho bisogno di nient’altro che di cercare Cristo, che studiare Cristo per tutta la vita. La mia vita, dice Tommaso, sarà tutta studium Christi, quello che capì Giussani con Manfredini quella sera.
E questo, formulato così, fa impazzire il medievale.
Solo Cristo! Mi basta Cristo!
Invece per me, che sono moderno, quel “solo Cristo” mi stride.
Io non sono meno innamorato di Cristo di San Tommaso, eppure io guardo la mia esperienza dopo i ventiquattro anni e dico: più studio Cristo e più ho voglia di studiare tutto il resto; più leggo questo libro e più li vorrei leggere tutti. E ne leggo il più possibile, con le orecchie, perché ormai non leggo più con gli occhi. Perché Cristo non mi chiude, ma mi spalanca a tutto il resto, questa è la scoperta più entusiasmante, che tutto mi parla di Cristo. Per capire Cristo non devo leggere seimila libri al giorno, ormai ho un punto di vista ermeneutico per cui tutto fa luce su di Lui.
Dire solo Cristo, come direbbe San Paolo, il resto è sterco στοιχεῖα, sterco, lo sento un po’ troppo fondamentalista, un po’ dialettico, contrappositivo.
Io sono un moderno e l’umanesimo è nato anche anticristiano perché gli pareva che mancasse qualcosa al Medioevo, che per dire Dio dovesse minimizzare un po’ l’umano, la natura.
Preferisco San Francesco, nella seconda parte della vita, perché nella prima ha teorizzato la povertà: Cristo solo, il resto è niente…neanche la tunica.
Alla fine della vita fa il cantico e dice che tutte le creature lodano Dio!
Il bello, il punto più entusiasmante, che più mi intenerisce e più mi entusiasma di Cristo è che…il bello di Cristo è che non è solo Cristo: abbraccia tutto il resto!
Omelia Don Carlo 27 gennaio 2019
*Omelia 27 gennaio 2019*
“Nella sinagoga gli occhi di tutti erano fissi su di Lui”.
Ma cosa ha fatto da catturarli tutti in quel momento? Lo conoscevano, era vissuto lì per trent’anni, venticinque, legge la profezia di un profeta?! Eh no! Ai loro occhi, ai loro orecchi, in quel momento, Lui non legge un libro, legge se stesso. Le parole che pronuncia parlano di Lui, gli sta dicendo Chi è Lui dando coscienza di se stesso. Mentre parla incomincia a dire “Io” come mai lo ha detto prima. Ogni parole che gli esce, che sentono, pesa come un macigno, ha il peso intero della Sua Umanità: mai sentito un Uomo dire Io, dire tu, come Lui in quel momento. Lui stesso prende coscienza di se come l’ha presa poco tempo prima davanti al profeta Giovanni, sulle sponde del fiume. Dice “Io” e svela, con quella vibrazione che dramma un uomo ha nel cuore, che anche loro hanno dentro, senza averne coscienza. Sentono la vita che quell’Uomo ha dentro, come il primo canto che abbiamo fatto: “Quando vedrò il Tuo Volto?” Chi potrà colmare questo abisso che ho dentro? E loro che sono religiosi sentono, come ogni uomo religioso, come ogni profeta ebreo, che anche loro hanno il cuore come il Suo, che anche loro potrebbero dire “Io”, come lo dice Lui. Ma mentre percepiscono questo, hanno un moto di simpatía per Lui, si sentono in un attimo immedesimati, nello stesso momento tremano, gli scoppia dentro, lo dirà in seguito il Vangelo, un attacco di ira furiosa, violenta. Che lo porterà a spingerLo fuori, a condurLo fin sul ciglio la sopra a Nazareth, che ho visto più volte, per buttarLo giù. Mentre sentono un moto di simpatía totale per Lui – Lui dice quello che loro sono, loro sono come Lui – insieme una corrente alternata che li allontana da Lui, lo sentono blasfemo, un profeta ebreo non può condividere quello che dice in quell’istante, subito dopo: “Oggi si è compiuta questa scrittura che avete udito con i vostri orecchi”. Non solo ha dentro il grido che hanno loro, ma Lui grida anche un’altra cosa che oggi, in Lui, quel grido ha trovato risposta. Guardatemi, vedete, in me c’è il grido e c’è la risposta al grido, in me c’è, in me è presente, la domanda che è anche in voi e la risposta che a voi vi manca. Io sono insieme domanda come voi, come ogni uomo, ma Io sono anche Colui che porta in se la risposta, in me c’è Chi risponde, Io partecipo della domanda e della risposta. Lo direbbero tre secoli dopo a Nicea, esattamente in quel periodo, 325, il concilio di Nicea, Lui è Uomo e, insieme, vero Dio. E dice: “se tu vuoi puoi partecipare della certezza, non solo della mia domanda, ma della mia risposta”. Se ti immedesimi in me, se ti vuoi bene, puoi avere la stessa coscienza che ho Io, dire “Io”, come lo dico Io, dire “Tu” dire “Io” come lo dico Io. Questa è la sfida che quel giorno è stata lanciata in quella Sinagoga. Questa è la sfida cristiana! E dov’è oggi la Sinagoga? Dov’è che io incontro questa sfida e posso, se voglio, immedesimarmi, nella domanda di quell’Uomo e nella Sua risposta, essere certo come Lui. È sbagliata la domanda perché oggi non è più in una sinagoga che accade la sfida… Allora, sí!
Gesù non è mai uscito dal format giudaico, è per questo che li dentro non ha potuto esprimere la pienezza della rivelazione cristiana. Lo disse proprio alla fine: “Avrei molte altre cose da dire ma qui, in voi, non si possono svelare”. Farete le cose che ho fatto Io, ne farete di più grandi, ma la pienezza dell’esperienza cristiana non è fiorita in Palestina. L’ho visto il mese scorso: è fiorita nell’Asia Minore dopo la Pentecoste, quando Gesù non c’era già più!
Qual è verità? Qual è la sinagoga? συναγωγή, συνάγω vuol dire radunare, un raduno, il raduno – dice Paolo – il luogo dove si riceve la sfida e si può dare una risposta, si può partecipare di quello che c’è nel cuore di Gesù.
“Voi siete il corpo di Cristo, ciascuno per la sua parte”
La sinagoga è un corpo, il corpo che noi – alcune centinaia qua dentro – da mezz’ora stiamo formando. La sinagoga è quel legame misterioso, quell’affetto impensabile e assurdo – no?! – che c’è tra di noi, noi siamo quella sinagoga ogni volta che ci troviamo. Vale la pena che ci raduniamo per questa sfida, per essere insieme, l’uno per l’altro, questa sfida, per testimoniarci la bellezza esplosiva della risposta. Per meno di questa sfida non merita che ci troviamo, ci facciamo del male se ci troviamo per qualcosa di meno. Ma per vivere questa intensità merita sempre, in qualunque circostanza, che ci raduniamo, che formiamo la συναγωγή.