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Omelia Don Carlo 25 novembre 2018
*omelia 25 novembre 2018*
“Sei tu il re dei giudei? Dunque tu sei re?”
Per Pilato non è indifferente che Lui sia re o no. Pilato è un romano, è un imperialista: la gente che vuole il mondo e deve sapere con chi fare i conti per conquistarsi il mondo. Non è indifferente che Lui si senta il re!
Ma neanche per me è indifferente, perché anche io voglio costruire, non voglio il potere, non sono un imperialista, ma io nel mondo voglio generare, costruire, voglio poter dire “mio” nel senso più umano del termine.
Anche io devo sapere chi è il re del mondo, se è Gesù oppure no.
Ogni giorno devo sapere se Lui è re, ne va di quello che io amo, perché se Lui non è re, in mano a chi è la mia vita? Le cose che costruisco e che amo? Non è indifferente sapere se Lui finisce in un sepolcro oppure se Lui porta dentro il mondo la certezza dell’eterno; se le cose che conosco, che amo e che faccio so che saranno mie per sempre.
Pilato di fronte alla sfida se ne lava le mani. Il dramma di Pilato non è che si lava le mani davanti a Cristo, né sono tutti i suoi peccati o il fatto che era un imperialista.
È che quelle mani lui se le lava di fronte a se stesso, perché lui ha un cuore come il mio! É Pilato che deve sapere se Lui è veramente re o no.
Siamo amici se ci aiutiamo a non lavarci mai le mani di fronte all’urlo del nostro cuore che deve sapere chi è il re del mondo.
Omelia Don Carlo 23 novembre 2018
*Omelia 23 Novembre 2018*
“Tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo”
Sono tutti presi dalle parole che dice, perché parla di loro, per questo le sue parole ti prendono, fan luce dentro, come nessuno finora ha mai fatto luce, né genitori, amici o innamorati. Davanti a Lui uno si chiarisce dentro, si vede in faccia che è più presente a se stesso, più cosciente, che dice io essendo lì in quel che dice, come mai ha fatto prima.
E cos’è che ha detto? Quali sono le parole che li hanno fulminati di chiarezza quel giorno?
“La mia casa sarà casa di preghiera”
Ha detto che dentro il mondo c’è una casa di preghiera, c’è un luogo dove si vede Dio in faccia, si può parlare con Dio, Gli si può dare del “tu”, chiamarLo Abbà, come faceva Lui, in una confidenza e famigliarità assolute. Una famigliarità che rende liberi, certi, perché se io posso guardare in faccia Dio e dirGli Abbà, papà, ho questa confidenza totale con Lui, ma di cosa posso avere paura dentro il mondo? È questa famigliarità che affascina il popolo, per cui “pende dalle labbra”.
Ma è la stessa famigliarità che riempie di paura, di terrore, di furore i capi, che scatena l’odio dei capi; “cercavano [dice] di farlo morire”: ma perché? Perché un Dio così famigliare può scatenare il terrore e l’odio da spingerti ad ucciderLo? Di cosa hanno paura i capi? Perché resistono a questo Dio che ti fa luce dentro, che ti mette davanti a te stesso, che ti rende libero? Quando noi abbiamo paura di Dio, di cosa abbiamo paura? Cosa ci spinge a resistere?
Omelia Don Carlo 22 novembre 2018
Omelia *meravigliosa!*
*Omelia 22 novembre 2018*
“Alla visità di Gerusalemme Gesù pianse su di essa”
Perchè Gesù piange? E perchè io piango? Perchè il pianto svela da cosa io mi aspetto la felicità: piango quando quella cosa viene meno. Ma le cose per cui piango, meritano veramente il mio pianto?
“Non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata”
Il motivo del pianto di Gesù su Gerusalemme, perchè Gerusalemme ha fallito il suo scopo, lo scopo per cui è stata costruita, per cui quella città esiste nel mondo: è stata fatta per riconoscere la visita di Dio, è stata fatta per questo da Davide. Quando accade la possibilità dell’incontro Gerusalemme non realizza il suo compito, ha vissuto per altro, si è paragonata con le altre città che avevano altri scopi.
Per questo Gesù piange, perchè il mio valore, lo scopo per cui io esisto, quindi il modo come sono stato fatto, è di ospitare Dio, come Gerusalemme. Tutto di me è pensato per questo. San Tommaso dirà che ogni creatura ha la “potentia obendientialis”, potenzialmente è accordabile con Cristo, con la gloria di Cristo: tutto quello che c’è in una creatura è come uno strumento musicale che può suonare la musica di Cristo, è fatta apposta per quello, tutto è funzionale a quello.
Tutto è utilizzabile per la golria a Dio, perchè tutto è fatto da Lui per questo. E quando invece qualcosa in me non mi piace, mi sento brutto, sento che sono sbagliato è perchè io mi ostino sui miei obiettivi, su quelli che ho immaginato io. Soltanto la gloria di Cristo, ospitare Cristo in me, valorizza tutto di me, mi rende bello, mi rende utile, mi fa sentire unico e prezioso nel mondo. Così si capisce il pianto dell’Angello immolato nell’Apocalisse – tutte le immagini apocalittiche vanno decodificate, perchè sono immagini razionali, concettuali, non poetiche -:
“chi è degno di aprire il libro [piange quell’uomo] e di sciogliere i sigilli?”. La vita, la storia è come un libro chiuso sigililato, non c’è nessuno degno, capace di aprirlo, di leggerlo, di rubare il segreto. Chi? E quell’uomo piange perchè non si trova nessuno che fosse in grado di decifrare il segreto della storia, il segreto della mia vita, di dirmi perchè io sono al mondo. Perchè sono fatto così? Come posso mettere a frutto tutto di me, vedere il bello in me, che non sia sprecata la grandezza per cui io sono stato creato?
E’ veramente amico chi ti è amico nell’avventura di questa scoperta, per decodificare il libro che contiene il segreto della tua esistenza.
Omelia Don Carlo 21 novembre 2018
omelia 21 novembre
Oggi è la memoria della presentazione di Maria bambina al tempio. La tradizione immagina che quella bambina fosse portata sempre più frequentemente al tempio da piccola perché si immedesimasse in quel tempio, perché intuisse lo scopo della vita, della sua vita, della vita di ogni ebreo nato per dedicarsi a Dio, meglio: al tempio di Dio.
Perché un Dio senza tempio, un Dio fuori dal mondo non è interessante. Per gli Ebrei Dio entra nel mondo, prende dimora in un punto che loro chiamano tempio e a tutti i bambini veniva indicato questo come scopo della vita. Noi siamo stati scelti per essere il Suo Tempio nel mondo. Dio vuole entrare nel mondo attraverso di noi. Tutti possono fare tutto, essere Tempio di Dio solo noi! Nessuno è chiamato a questo, non c’è scopo più grande di questo. Se tu dedichi la vita ad essere Tempio di Dio, tutto di te vale! Se tu hai un altro scopo perderai sempre tanto di te: quando tu ti senti mancante, senti che sei inutile, che non ti piaci, che perdi dei pezzi, sei inutile, perdi la stima di te e degli altri, è perché hai abbassato l’asticella, hai vissuto per uno scopo piccolo, meschino. Se vivi per essere tempio di Dio, ti dedichi a quello, tutto di te vale: non c’è un pelo di te che sia da buttar via!
Maria è stata educata a questo, ma lei immaginava che questo fosse il tempio di pietra, come tutti gli Ebrei! Mai avrebbe pensato che il Tempio doveva essere la sua umanità, la sua carne, tutto di lei.
Quando ha scoperto questo è cambiata la sua vita, ma lo doveva riscoprire tutti i giorni, non solo il giorno dell’Annunciazione o del parto, perché anche questo giorno in cui vanno là a cercare Gesù, si vede, si intravede, dalla correzione di Cristo, che anche lei cedeva di continuo a immaginare il Tempio come un tempio di pietre, la casa come quella di Nazareth, i legami – padre, madre, fratelli e sorelle – come quelli naturali.
E Gesù ancora quel giorno la corregge davanti a tutti: “Ma chi è mia madre?” Chi è il tempio di Dio?
Il tempio di Dio non sono i sacerdoti, non sono le offerte, non sono i sacrifici, sono quelli che fanno la volontà di Dio, quelli che offrono a Dio il cuore e la libertà.
Se io dico di sì a Dio nella mia libertà tutto in quell’istante di me è bellissimo! Quando c’è una parte di me che non vale, che non mi piace, che è da buttare via, è perché anche io ho l’immagine che il tempio sia di pietre, ma il tempio è il sì della mia libertà.
Grazie Dio che stimi tanto il dono più grande e tremendo che è quello della libertà, che fa di me e delle cose che faccio ogni istante il tuo tempio, dove gli uomini possono incontrarti e realizzare il desiderio che li strugge dalla nascita alla morte.
Omelia Don Carlo 20 novembre 2018
Omelia, 20 novembre 2018
“Ecco, sto alla porta e busso, se qualcuno mi ascolta”.
Tu sei il Dio che gli uomini hanno sempre cercato e temuto. Se lo sono immaginato i filosofi, come un essere lontano, estraneo, che non ama niente e nessuno, il dio di Aristotele. O, le religioni, un signore onnipotente, che vuole ubbidienza e sacrifici, a volte anche feroci, sacrifici umani, che schiaccia gli uomini.
E Tu arrivi e dici: io sto alla porta, busso, se qualcuno mi apre. Come un Dio che bussa, che domanda, che supplica, come un mendicante, d’essere accolto come un innamorato, che bussa e dice: “Mi vuoi, mi accogli nella tua
vita?”. E’ lo scandalo, lo sgomento.. tutti gli uomini di fronte al Dio che
si rivela non come l’avevano immaginato, sono sgomenti e ultimamente scandalizzati. E’ impensabile per gli uomini che questo sia Dio.
Che cosa cambia se io incontro questo Dio, che bussa alla mia porta, chiede se qualcuno Lo ascolta e Lo accoglie?
“Verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”: un’esperienza di familiarità assoluta, inimmaginabile, con Lui e poi con tutti e con tutto. Perché se mi è familiare Dio, tutti mi sono familiari, tutto. Io dovunque sono a casa mia, non sono più estraneo. Perché dove dimora Dio, dimoro anche io. Se c’è
posto per Dio c’è posto per tutto e per tutti, nella mia casa. Quando invece mi sento estraneo, lontano, solo, la ragione è una sola: perché non ho aperto la mia porta a Lui. E allora non ci può entrare nessuno. Il primo che non ci entra sono io, sono estraneo a me stesso. Perché Lui bussa ma non sfonda, non è violento. Dice Agostino con un’immagine un po’ barocca, che il
cuore dell’uomo ha una porta con la maniglia solo all’interno. Dall’esterno si può solo bussare. Perché se Lui è un innamorato gusta solo un “si” libero. Ad un innamorato non gli passa neanche per la testa di fare violenza. Può solo domandare, supplicare, che gli sia detto di “si”. Niente dà gusto a uno che ama se non un abbraccio in cui ci sia dentro un “si” totalmente libero. Quando noi non gustiamo più niente, è perché poco o tanto usiamo, violentiamo, ma non amiamo più, neanche noi stessi. Perché l’unico gusto – e chi lo ha provato lo sa- è di voler bene. A se stessi innanzitutto. Il resto sgorga da questo.