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Omelia Don Carlo 27 ottobre 2018

*Omelia 27 ottobre*

“Molti lo rimproveravano perchè tacesse”, cioè reprimevano il suo desiderio, come fa la cultura in cui siamo immersi: ha l’orizzonte piccolo, il tono basso, senza intensità. È così raro trovare, incrociare degli sguardi, sentire dei dialoghi intensi, persone che abbiano una tensione ideale, gente combattiva che abbia un amore che la infiamma. Il tono oramai è banale, anche quando si parla di cose dolorose, disgrazie, malattie, la politica. È così raro trovare pensieri acuti e intensità vera; rabbia sì, reazioni istintive sì, ma un’intensità che nasce dall’intelligenza, da un amore…
Io delle volte provo a dire: “Ma scusi mi può spiegare, non ho capito, cosa voleva veramente dire?” “No, ma si fa per dire sa…” Terribile, roba da spaccargli il naso! Come si fa per dire?! Spari delle robe, ti chiedo le ragioni e uno dice: “No, ma facevo per dire”. È raro trovare persone disposte ad andarci in fondo.

Gesù non è così, perfino davanti al cieco. Glielo portan lì. E uno dice: “beh è evidente che cosa vuole, fagli il miracolo, così smette di rompere, no?” Eh no!
Non è mica ovvio, non è automatico che Lui gli faccia il miracolo. Il miracolo non può accadere senza di lui, senza che il cieco lo voglia veramente.
E gli dice: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”
Me lo devi dire! Devi dar voce al tuo desiderio. Senza la tua domanda non c’è lo spazio per il miracolo. Dove lo colloco il miracolo se tu non lo vuoi veramente?!
Spesso a noi non è che mancano i miracoli di Cristo. Ci manca lo spazio per il miracolo, ci manca lo spazio per la grandezza. Siamo meschini. Il vero ostacolo a Cristo è la meschinità del desiderio, è l’atrofia, la rachiticità della nostra condotta. È questo che impedisce il miracolo che fa respirare.

Mi viene in mente una scena… voi avete presente la Divina Commedia, Paradiso, mi pare XVII, XVII credo, in cui Dante è lì titubante, che si capisce che ha una cosa grande da dire alla Beatrice. Si intuisce che cosa le vuol dire, ma è tutto titubante, un po’ inceppato. Gliela dice tra i denti, dice: “Tanto te hai capito, mi vedi in faccia, hai capito bene per che cosa sono arrivato fin qua, dai dai, non farmelo dire, dai, lo hai capito”. Questa qui si inalbera e dice: ”Manda fuor la vampa del tuo disio […] sì ch’ella esca segnata bene de la interna stampa”. Tira fuori il fuoco che hai dentro del tuo disio, del tuo desiderio, con l’impegno, con la forza dell’interna statua, “non perché nostra conoscenza cresca per tuo parlare” – non è che ho bisogno, sono mica scemo, ti conosco e te lo leggo in faccia, so bene cosa hai da dirmi, non è che deve crescere la mia conoscenza – “ma perché t’ausi a dir la sete, sì che l’uom ti mesca”. “T’ausi”: devi prendere l’abitudine, devi imparare, “t’ausi”, a dir la sete che hai dentro, “sì che l’uom ti mesca”, così che ti possa versare il vino che ti cavi la sete, perché non è il vino della mia risposta che ti manca, è che tu non hai ancora, “ausare”, preso l’abitudine a dir la sete, a buttarla fuori con tutta la potenza dell’”interna stampa”.
È l’audacia di dar voce, di prenderci la responsabilità del nostro desiderio tutto intero che permette a Cristo di darci la risposta tutta intera. Perché Lui è sempre pronto, ma può collocarsi, può dimorare soltanto…come diceva Giussani nei primi dieci minuti dell’audio, -tutta la prima parte con tutti i congiuntivi che nessuno riusciva a seguire il filo, ve lo ricordate, no? – : è dentro di te, dentro di te che Cristo, che l’inizio della novità può dimorare. Vien da fuori ma può essere ospitato solo dentro. Cristo non lo si può piazzare nella Chiesa, nella sacrestia, nella sede di CL. Non si può, non può trovare dimora se non dentro il cuore di uno che gli spalanchi tutto il suo desiderio, tutta la sua fame e la sua sete. È questo il punto più sacro dell’uomo. Ed è l’unico punto che Dio non può dominare. È padrone della natura e di tutto il resto, ma della mia libertà no. Diceva Sant’Agostino, il più grande psicologo dell’antichità, che il nostro cuore – è un’immagine un po’ barocca – ha una porta con la maniglia solo all’interno, dall’esterno si può soltanto bussare, ma Cristo non sfonderà mai!

Omelia Don Carlo 26 ottobre 2018

*Omelia 26 ottobre 2018*

“Come mai questo tempo non sapete valutarlo e perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?” Delegate sempre a qualcun altro, non ci siete più voi!

Perché la prima virtù del Cristiano, la virtù fondamentale non è una virtù morale – che sia bravo -, è una virtù conoscitiva: è un uomo che sa valutare lui, senza delegare a nessuno, il tempo presente. Questo tempo, perché Dio sì rende presente in questo tempo.

“Benedetto Colui che viene” preghiamo sempre nel Sanctus, “o erchòmenos”, quello che, in questo istante, viene, si rende presente!

Ma dove e come? La fede Cristiana non è una religione del libro. Il libro c’è ma contiene una storia: Dio parla con dei fatti storici, “Debàr”, che significa parola fatta, fatta parola. Un fatto che parla: la vera parola è un fatto, il concetto, l’espressione verbale non lo contiene mai tutto. Tu incontri Dio se lo intercetti nei fatti con cui si rende presente. Non incontri Dio – è una tendenza di una certa religiosità orientale, no? – nel distacco dalla realtà, oppure imponendo violentemente i tuoi schemi – la così detta parola di Dio – alla realtà. No! Tu incontri Dio abbracciando la realtà, conoscendola, amandola con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente. Questo è il problema. Infatti l’impedimento a riconoscere Dio nella realtà non è una questione di…sei immorale, sei un peccatore, sei un adultero, sei questo, sei un ladro…”ipocriti!” dice brutalmente Gesù in questo…”voi non riconoscete Dio e non mi capite non perché siete cattivi, fate dei delitti, siete illegali, no, siete semplicemente “ὑπο-κριταί” vuol dire “sotto sotto diversi dal volto, da quel che avete in volto”! Non siete uniti in voi stessi, il vostro volto non svela il vostro cuore: non vi manifestate più, siete dissociati dentro di voi, fate del male a voi, perché non vi incontra più nessuno, ma così siete infelici, perché la felicità è essere noi stessi sempre, esprimere, parole e gesti, volto, quel che sono: essere trasparenti a se stessi, donarsi in quell’istante e se non riconoscete Dio in questo tempo, questi fatti non vi dicono niente su Dio, siete chiusi in quel che sapete è perché non siete uniti, non riconoscete Dio nella realtà perché non Lo riconoscete in voi stessi. Per vedere Dio nei fatti e nelle cose Lo devi prima vedere in te, devi farGli spazio in te, devi riconoscere la sacralità di quel che tu sei.
Mi viene in mente una reazione – io sono così, impulsivo, tante volte non penso prima di fare o dire una cosa -, quando mi chiedono “come stai?” mi viene da dire qualche volta all’istante: “come mi vedi?”, perchè è vero, io parlo anche se non ti dico niente. E la cosa più bella è avere la propria faccia, anzi, averne una sola di faccia, bella o brutta, piena di limiti ma deve essere quella, e mettere tutto quello che sei, in quell’istante, quello che hai in cuore, in quella faccia lì. Ecco, ci vuole un uomo unito in se stesso per giudicare il tempo; per riconoscere Dio nei fatti, lo devi prima riconoscere in te, perchè la novità cristiana è tutta qui: che dopo Gesù in ogni istante – diceva Ada Negri – “incombe il peso dell’eterno”, in ogni istante tu puoi incrociare l’Eterno. Uno dei primi autori che studiai, uno svizzero, in teologia propedeutica era Von Balthasar e uno dei suoi libri più acuti, anche se impegnativo, molto contorto, molto svizzero tedesco, era “Das Ganze im Fragment”, il tutto è in un frammento: in un frammento di realtà e di tempo lì c’è il Tutto, ma per incontrare il Tutto lì devi essere non ipocrita, unito in te stesso, tutto come sei, quel che sei.

Omelia Don Carlo 25 ottobre 2018

*Omelia 25 ottobre 2018*

“Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra?”

Beh lo dicono tutti, almeno oggi: i cristiani sono pacifisti, anzi un po’ paciocconi e sono più comodi, porgono sempre l’altra guancia, perdonano sempre, non giudicano mai, non si interessano di politica né di soldi. E la povertà dei cristiani fa gioco a quelli che non credono nella povertà: i cristiani aiutano i poveri, gli emarginati, fanno solo aziende no profit, quindi tranquilli.

“No! Io vi dico non pace, ma divisione”

Alla faccia del politicamente corretto!
Divisione e guerra dentro il cuore di ognuno: tra i mille desideri di mille cose buone ed IL desiderio, l’esigenza del significato di quelli, tra i mille desideri delle cose e l’esigenza del Creatore delle cose. Prima grossomodo ‘sti mille desideri si mettono d’accordo, a volte più uno o più l’altro, va al governo uno, va al governo l’altro, ci si mette d’accordo, ci si prova sempre. Ma arriva Gesù nel cuore della guerra: non ci si mette più d’accordo.

“Sono venuto a gettar fuoco sulla terra”

A gettare dentro al cuore il combustibile per IL desiderio dell’infinito. Il cuore si infiamma e quando comincia a fiammeggiare quello non c’è più pace, non ci si mette più d’accordo; non c’è più tregua perché Lui ce L’hai lì davanti e ti mostra che l’infinito c’e, ce l’hai lì davanti, che il combustibile per quel desiderio – che prima era assopito, sembrava uno dei tanti, sembrava che la religione fosse una delle tante esigenze della psicologia umana – ti mostra che c’e. Quello si sveglia, quello lo vuole. E tu vedi davanti a te che esiste ciò per cui sei fatto, per cui quel desiderio, che era sotto la cenere, è fatto. E non hai più pace. Tra gli altri desideri è quello, perché gli altri non stanno più sul mercato, non sono più convincenti, non ti bastan più.
E hai la guerra dentro e anche la guerra fuori, perché la guerra dentro innesca la guerra fuori. Fa l’esempio dei desideri naturali più cari: una famiglia di cinque persone è in guerra, perché? Perché prima ci si metteva d’accordo, fra nuora e suocera, per non far a pezzi l’unico uomo che è in competizione, che si contendono, e ci si mette d’accordo. Adesso no, non ci si mette più d’accordo perché uno non può più rispondere al desiderio dell’altro, sulle mille cose ancora ci si mette d’accordo ma sulle mille e uno no. Non ci si basta più l’un l’altro: il marito non basta più alla moglie, il fratello alla sorella, gli amici agli amici.
Tu capisci che gli affetti veri non sono quelli che si bastano, quelli che ti bastano: quelli non li senti più veri. Quelli veri sono quelli che, non che ti bastano, ma che fanno da combustibile al fuoco del cuore. Sono quelli che innescano la guerra, non contro, ma la guerra per: innescano la ricerca di Lui. E gli amici veri sono quelli che fanno la stessa guerra insieme con te. Vi volete bene per cercarLo in tutte le altre cose, perché non è contro, non è fuori, non è un’alternativa – o Gesù o il resto –, è al cuore di tutto il resto, quindi tutto il resto, tutti gli altri hanno pure loro la guerra dentro.

ACCETTIAMO LA VITA PERCHÉ TENDIAMO ALLA FELICITÀ

Appunti da una conversazione di Luigi Giussani con un gruppo di universitari
Milano, 4 aprile 1998

Perché un movimento come il nostro insiste così tanto sull’io, e perché solo adesso questa insistenza?
Mi fai reagire un po’ immediatamente quando mi dici «solo adesso»: perché l’inizio del movimento era dominato dal problema della persona! E la persona è un singolo, la persona è un singolo che dice «io». Soltanto noi abbiamo detto, per tanto tempo – un po’ preoccupati di esagerare -, che l’io è l’autocoscienza del cosmo, cioè che tutta la realtà è fatta per l’uomo. Creando il mondo, Dio, nella concezione cristiana, aveva come scopo l’affermazione della persona. Per questo adesso diciamo che il cosmo intero raggiunge al suo acme, alla sua più alta cima, l’autocoscienza; è come una piramide sulla cui cima scoppia l’autocoscienza: la coscienza di sé, nella natura, in tutta la natura del creato, è l’io. Perciò, avrebbe significato il mondo, il cosmo, anche se ci fosse un solo io. L’autocoscienza del cosmo è come la sfida di Dio: «Ho creato perché ci fosse una creatura che prende coscienza del fatto che io sono tutto, faccio tutto, ho fatto tutto». Infatti, la religiosità è il cuore dell’uomo, il cuore dell’io, e si esplicita come desiderio di felicità e come ragione che determina tutte le definizioni che diamo alle parole. Ragione è coscienza della realtà secondo la totalità dei suoi fattori. E la moralità è il nesso tra l’azione, un’azione dell’io, un’azione cosciente, e la totalità del creato, l’ordine. Sono due definizioni fondamentali per la nostra concezione dell’io.
Comunque, i primi anni, la prima decina d’anni, prima che il ’68 portasse una grande sommossa mettendo a tema affannosamente non tanto l’io, quanto la sua azione nella società, la conquista del potere (perché la conquista della scienza era secondaria rispetto a quella del potere così come veniva concepito allora), prima del ’68, dicevo, il tema con cui iniziavo sempre gli Esercizi, i Ritiri, era costituito da una frase di Gesù. Dapprima eravamo poche decine, poi, dopo sette anni, abbiamo passato la cifra di cento nella prima «Tre giorni» fatta a Gazzada con monsignor Pignedoli. Dopo, la cosa è un po’ esplosa, ma senza che nessuno se ne accorgesse e, in secondo luogo, senza che nessuno lo capisse né se ne rendesse ben conto; in terzo luogo, finalmente prendendo coscienza che le cose avvenivano perché non erano nostre: non eravamo noi capaci di prevedere una simile ricchezza di recupero del valore dell’umano, della persona.
La frase di Gesù che allora dicevo tantissime volte, come un refrain continuo, dal ’68 in poi è un po’ diminuita, ma adesso l’abbiamo ripresa, perché l’esito della politica o della «rivoluzione» ha fatto vedere le estreme conseguenze di una mancanza di coscienza, di autocoscienza dell’io. Se l’io è l’autocoscienza del cosmo, il delitto più grande che l’io commette è quello di non conoscere se stesso, mentre invece deve essere cosciente di sé.
Gesù diceva: «Ma che importa se prendete tutto il mondo e perdete voi stessi?». Anzi, Lui dice letteralmente: «Che importa all’uomo se prende tutto il mondo e perde se stesso? O che darà l’uomo in cambio di sé?». Sono cose che si richiamano l’un l’altra, perché se l’io è la coscienza del cosmo, di tutto, il rapporto col Creatore, con l’Infinito, con ciò che non è misurabile, origine e destino di tutto, è nell’io che si gioca, nella presa di coscienza che l’io ha di sé. Questo spiega perché il nostro dire, il contenuto della nostra conversazione, è sempre centrato sull’umanità, sul valore umano delle cose; e il valore umano non è dell’«umanità», ma del singolo, della persona.
Così, tutto il discorso che ho incominciato al Liceo Berchet di Milano, subito il primo anno, ha dato origine a Il senso religioso, poi al secondo volume, All’origine della pretesa cristiana, e dopo ai testi sulla vita della Chiesa, sul valore della Chiesa. Ma il leit motiv o il destino comune di tutto questo sviluppo è stato la persona: per capire la persona e quel che debba fare la persona, chi è l’uomo e cosa deve fare l’uomo per essere se stesso, per essere coerente.
Era così denso il punto di partenza che, in quarant’anni, si è sviluppato, dando tutte le implicazioni secondo una ricchezza che nessuno vagliava, era capace di vagliare e di osservare. Talmente non siamo stati guardati e presi sul serio, che l’avvenimento di New York di quest’anno, all’Onu, quando hanno presentato Il senso religioso al mondo culturale americano, ci ha lasciati come smagati, è stato uno stupore, e non solo mio, ma anche di molti di noi.
Nel tempo che viviamo siamo giunti come alla sponda sabbiosa di una aridità, di un deserto umano, dove il soggetto della pena è l’io: non la società, ma l’io, perché per la società si ammazzano anche tutti gli “io” possibili e immaginabili. Mentre per noi la società nasce dall’esistenza dell’io. «Generate e moltiplicatevi», raccomandò Dio ad Adamo ed Eva: ma la natura del compito di Adamo ed Eva, del loro essere stati creati come personalità singole, è una compagnia tra loro due: l’uomo non può vivere, non può conoscere, alimentare se stesso, se non in compagnia di un altro, nell’incontro con un altro.
Siamo, dicevo, come sulla sabbia, sulla sponda sabbiosa di un collasso terribile nella vita sociale. E siccome il potere ha come ideale e scopo quello di regolare la vita di tutti (il governo italiano lo dimostra molto patentemente), questa eliminazione della libertà ha delle conseguenze drammatiche, perché non vogliamo essere tutti schiavi o manovrati secondo l’ordine di un meccanismo centrale.
Come si fa allora a resistere? Come si fa a porre un’alternativa al predominio del potere che vuole prendere una posizione determinante tutti gli aspetti, tutte le espressioni della vita dell’uomo, dettare fin le leggi morali? La «legge morale» è un valore sostenuto dal governo; tra i valori, tra tutti quelli che l’uomo può sentire come valori, quelli determinati dal governo sono imposti come gli unici giusti: è immorale chi non rispetta la legge del governo, data dal governo. Questo è anche vero, quando non si identifichi nel rapporto col governo, col potere politico, la natura dell’agire umano, perciò l’origine della legge. Ma come si è visto in tanti magistrati in questi anni, l’origine della morale è identificata con lo Stato, è il potere dello Stato. Ho detto che per una certa flessione questo sarebbe giusto, è giusto, è giustificabile o – come dire? – fondabile, ma soltanto se si trascende il limite dell’origine, perché altrimenti l’io non riesce più, nello spazio che Dio gli dà, che il Creatore gli dà, a vivere se stesso, ad essere libero.
Comunque, adesso, lo sviluppo del movimento, la dinamica del movimento è giunta ad un punto da cui si capisce – si capisce che è così e lo si capisce in modo evidente e ovvio – che l’unica risorsa per frenare l’invadenza del potere è in quel vertice del cosmo che è l’io, ed è la libertà (comunque si intenda; ma noi abbiamo sempre cercato di descrivere e definire indicando anche l’origine delle nostre riflessioni, che è l’esperienza: tutte le parole che l’uomo usa, noi diciamo, nascono dall’esperienza, attingono all’esperienza, perché l’esperienza è l’emergere della realtà).
L’unica risorsa che ci resta è una ripresa potente del senso cristiano dell’io. Dico del senso «cristiano» non per un preconcetto, ma perché è solo, di fatto, il discorso di Cristo, l’atteggiamento di Cristo, la concezione di Cristo, la concezione che Cristo ha della persona umana, dell’io, è solo questo che spiega tutti i fattori che noi sentiamo irruenti dentro di noi, emergere in noi, per cui, anche in una difesa ad oltranza del potere, nessun potere potrà, potrebbe schiacciare l’io come tale, impedire all’io di essere io.
Perciò, non è una emergenza strana l’impostazione che abbiamo dato l’anno scorso, nella Lezione di La Thuile, al valore dell’io, perché riprendendo il valore dell’io si hanno in atto tutti i fattori dell’umano. Dall’io poi nasce una società, una compagnia, come dicevamo prima di Adamo ed Eva. Ed è a una compagnia che il Creatore affida poi i compiti per cui l’ha creata: realizzare una conoscenza di sé, che sviluppi un autodominio. Senza io non si potrebbero neanche usare queste parole.
L’insistenza sul valore dell’io si è sviluppata dunque dall’inizio, così come le circostanze lo chiedevano – perché è sempre stata una nostra preoccupazione rispondere ai problemi partendo dalle circostanze in cui si vive; e adesso rispetto ai passi primitivi siamo molto più avveduti e scaltriti, perché le domande, le richieste che la realtà ci fa sono modulate molto più consapevolmente, si sono rivelate di più nella loro capacità e nella loro forza in questi anni.
La sottolineatura del valore dell’io è stata non solo la ragione di un approfondimento, di uno sviluppo della religiosità come categoria fondamentale dell’io, ma anche l’origine affascinante del rapporto con tutti i livelli della conoscenza, l’origine del leggere l’esperienza umana com’è negli uomini più geniali, più dotati di questa sensibilità, perciò i poeti e tutta l’espressività dell’uomo. Così capite perché io sono partito da Leopardi: era l’autore, l’espressione che io avevo studiato di più (avevo imparato a memoria quasi tutte le sue poesie), in cui ho afferrato la questione fondamentale.
Stamattina una mia amica, che è una brava insegnante, come le antiche insegnanti che hanno creato il movimento, mi ha segnalato questa frase che Giacomo Leopardi scrisse a un amico francese in una lettera del 1823: «Se la felicità non esiste, cos’è dunque la vita? ». Noi accettiamo la vita perché tendiamo alla felicità. È bellissima questa espressione di Leopardi: è come una sintesi espressiva di tutto il nostro pensiero contenuto in Cara beltà o in Le mie letture. Che poi ha determinato una sensibilità maggiore anche verso la musica. Perché il primo anno al Berchet, oltre a citare Leopardi, portavo in classe i dischi di Beethoven (la Settima, il Concerto per violino e orchestra, ecc.), di Chopin… li facevo ascoltare e li spiegavo.
Per la felicità. «Se la felicità non esiste, cos’è dunque la vita?». Accettiamo la vita perché tendiamo alla felicità. Stamattina sono rimasto impressionato, perché Leopardi scrisse questa lettera all’epoca dell’inno Alla sua donna (che era il mio pezzo forte fin dalla prima liceo per descrivere quale fosse l’esigenza umana e il destino dell’uomo): perciò essa compie la descrizione della grande ricerca che era il «dubbio» di Leopardi. È un suo culmine questa espressione, com’è un suo culmine l’inno Alla sua donna.Giulio Augusto Levi, almeno fino a qualche tempo fa il più grande critico leopardiano, afferma, nel suo libro su Leopardi, che l’inno Alla sua donna è la chiave di volta di tutta la sua poesia. È come un viaggio, quello di Leopardi, che ha avuto una approssimazione, una vicinanza alla soluzione: quando è stato lì lì per rispondere, la realtà, vale a dire l’influsso della mentalità dominante, lo ha «fregato». Ha ceduto perché non aveva compagnia. «Non è bene che l’uomo sia solo: facciamogli un aiuto simile a lui». Così Dio fece la donna. Questa è la motivazione che la Bibbia dà dell’origine della nostra situazione di uomini.
Comunque, la frase che vi ho citato di Gesù è tragica, ma è tragico anche il fatto che io non l’abbia sentita, se non qualche rara volta, citare da altri, perché per noi, agli inizi, è stato proprio il punto di riferimento. Perciò, compitela voi, compite voi tutta la dinamica, sviluppate anche voi la dinamica, che abbiamo inoltrato per anni, della ragione principale della nostra amicizia, della nostra compagnia e della nostra amicizia: che è il compimento del cuore, delle esigenze del cuore, senza del quale il nichilismo sarebbe l’unica conseguenza possibile.

Riflettevamo in questi giorni proprio su questo, pensando a quello che il Signore ha voluto far accadere nella nostra vita con la morte improvvisa della nostra amica Emanuela. È come se, attraverso quello che ci fa capitare (è già la terza amica che quest’anno improvvisamente arriva alla definitività, al compimento dell’esistenza), riaprisse questa domanda: «Se la felicità non esiste, cos’è dunque la vita?». Perché l’alternativa è proprio il niente, è il nulla.
Nel nulla, possono dare qualche soddisfazione provvisoria la donna o i soldi o il potere, secondo una gradazione che Cristo già accusava allora, quando ha detto che non si può se non scegliere tra Dio e Mammona.
Comunque, io ho impiegato settantacinque anni a capire quello che capisco adesso, a sentire come sento adesso tante cose, ma quelle vostre tre amiche, quelle tre persone amiche, l’hanno visto prima, sono arrivate al traguardo prima. Perciò adesso non posso mica soltanto aspettare questo traguardo presto: «Se di vecchiezza la detestata soglia evitar non impetro…», diceva il mio Leopardi. Ma lasciatemi citare anche la finale de Il tramonto della luna, ultimo tra i “Canti”, poesia tra le più belle sue: «Ma la vita mortal, poi che la bella/ Giovinezza sparì, non si colora/ D’altra luce giammai, né d’altra aurora./ Vedova è insino al fine; ed alla notte/ Che l’altre etadi oscura,/ Segno poser gli Dei la sepoltura». Come dice san Gregorio Nazianzeno: «Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei creatura finita».

Da che cosa è segnato il cammino nostro perché, in noi, tutti i giorni, ci sia quel respiro che tu hai documentato, indiziato, che è il respiro di quel punto in cui il cosmo diventa cosciente di sé? Da che cosa è segnato il cammino che dobbiamo fare, ognuno di noi e insieme?
Io credo che sia la lealtà e la sincerità e la semplicità con cui siamo fedeli e tenaci nel corrispondere, come regole della vita, al cuore nostro. Allora quella compagnia che è stata resa possibile da questa fedeltà al cuore dell’uomo, al nostro cuore, questa compagnia diventa carica di significato, di affetto amicale, di aiuto condividente i bisogni gli uni degli altri, cioè il cristianesimo in atto. Perciò è un’obbedienza, un’obbedienza a quello contro cui non possiamo avere nessun motivo reale, se non un preconcetto. Per abbandonare la compagnia o non seguire le indicazioni della compagnia – l’iter che chi è più adulto nella compagnia ha già percorso, su cui ha già scommesso, cui è stato fedele per tanti anni – bisogna proprio essere travolti da un preconcetto. La compagnia e l’obbedienza in essa, dunque, perché l’obbedienza è lo strutturarsi dell’ipotesi di lavoro più ragionevole che noi possiamo far emergere dall’esperienza. Anche l’amicizia fra me e te e fra me e lui nasce così, è nata così e può andare avanti solo così.

Omelia Don Carlo 24 ottobre 2018

omelia 24 ottobre 2018

“Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza”.
L’immagine che ha Paolo della rivoluzione che ha avuto nella sua vita, quando è arrivato a Damasco come Saulo e se n’è andato come Paolo. Come uno, nel deserto, che sta morendo di sete e di fatica e sente urlare: “La sorgente! C’e la sorgente!” Quel grido gli cambia la faccia. La faccia di un morente, in un istante, riprende vita. Questo è successo a Paolo a Damasco.
Prima “il Mistero era nascosto da secoli in Dio”.
Erano tutti religiosi, non esistevano atei, tutto per loro era segno del Mistero, il Mistero era nascosto ed era un signore onnipotente di cui si aveva timore anche perché non si era a posto, ci si sentiva peccatori. Anche gli uomini più religiosi vivevano nel timore di Dio che poco o tanto diventava paura e terrore. E la paura ti paralizza, ti blocca. Alla fine non c’era troppa differenza fra essere atei o credere in Dio. Chi crede in Dio alla fine è bloccato da questo timore di Dio, di tutte le religioni, compresi gli ebrei. Chi non ha timore di Dio, non è che dopo non teme niente – dopo un po’ tu temi tutto – perché tutto è contro di lui, non si salvava nessuno.E quando uno ha paura è bloccato, oppresso, un po’ stentato, spento; alla fine ha paura anche di sè. Non ha neanche la libertà di guardare dentro di sè; quando teme gli altri è perché teme se stesso. Questa era la ferita devastante nel cuore di tutti e nella coscienza di Paolo. Cos’ha cambiato l’incontro con Cristo?
Appunto, come uno morente di sete nel deserto che sente il grido “c’è la sorgente” e riprende vita, ha ripreso vita. Dice: “Adesso abbiamo la libertà di accedere a Dio in piena fiducia”. Dice: “Abbiamo παρρησία e προσαγωγή”. La παρρησία è la sincerità spietata, in cui uno è libero di tirare fuori tutto, non ha più paura di quello che ha dentro di sè, è libero di quello che gli dicono o gli fanno gli altri.
La προσαγωγή è lo slancio totale, lo slancio ad un abbraccio totale, come la Maddalena nel “Noli me tangere” che si lancia incontro a Cristo. Non ha più niente che la ferma dentro e niente che la fermi fuori. E se sei libero davanti a Dio, sei libero davanti a tutti, anche di fronte a te stesso. Non ti mette sotto più nulla! Questa è la faccia del Cristiano cosciente, dice Paolo. Quando ci sentiamo bloccati, frenati, possiamo andare da tutti gli psicologi che ti spiegano i meccanismi delle tue insicurezze, i traumi, addirittura prima del parto, ma io consiglio sempre prima una scappatina a Damasco dove Saulo può diventare Paolo.