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Omelia Don Carlo 1 ottobre 2018

Omelia 1 ottobre

“…una discussione tra i discepoli, chi fosse il più grande.”

Ed è colpa di Gesù questa discussione, perché Lui è grande tra loro, è il più grande e vedendo Lui gli viene voglia di essere grandi come Lui. Perché in Lui si vede per quale grandezza noi siamo stati fatti, si vede giganteggiare la statura umana, si vede un Uomo reso grande dalla fede, si vede un Dio, nella Sua faccia, che non schiaccia l’uomo e si capisce che in Gesù la gloria di Dio coincide con la gloria dell’uomo.
Loro questo lo vedono, lo desiderano per sé, e lottano per questo, non sono delle pappemolli, discutono, litigano, sgomitano, ci tengono a vincere.

E in questo non sbagliano, non è su questo che vengono corretti, cioè nel voler diventare grandi. Ma è sulla concezione della grandezza, è che sono confusi, equivocano su ciò in cui consiste la grandezza.
Prende il bambino, glielo sbatte davanti e dice: “Chi è il più piccolo, questo è il più grande tra voi”.

Il grande non è quello che ha più potere, è il più piccolo, chi si sente piccolo, chi si riconosce piccolo nelle capacità, nel potere, rispetto al desiderio.

Quello che è grande in un uomo è il desiderio, o meglio ancora, il desiderio no, il desiderio ha sempre per oggetto delle cose piccole, dice: “Questo, questo, questo”. È ciò che desidero desiderando quella cosa piccola, l’esigenza implicita, nascosta, dentro un desiderio piccolo. L’uomo grande è quello che si sente piccolo rispetto a ciò che lui sente di desiderare, è quello che sente la sproporzione. Ecco, è quello che sente la sproporzione tra le capacità e il desiderio, sente che c’è un abisso tra quello per cui è fatto e quello che lui può.
E su quell’abisso c’è solo un ponte che si può lanciare: il ponte della domanda.
Solo domandando lui colma quell’abisso, la grandezza si realizza solo se la domanda a Chi gliela può dare.
Quindi grande, dice Gesù, è chi domanda. E basta. Non chi può, ma chi domanda.

Se grande è chi domanda, allora questa è la cosa più democratica che esista: non è esclusiva, è veramente per tutti, perché chiunque può domandare la grandezza, chiunque la può domandare! Realizzarla no, domandarla sempre! A chi è impedito di domandare? Per quanto sei piccolo, impotente, incapace, distrutto in tutti i modi, tu hai il potere di dire: “Dammi la grandezza, dammi l’infinito”.
Non costa fatica la domanda, la domanda non costa!
Questo è quello che ci fa grandi, perché permette che il cuore si dilati al punto che faccia passare il Grande, l’Onnipotente, Lui che può tutto!

La conseguenza è drammatica, perché vuol dire che se io non divento grande, mi sento depresso, piccolo, non cresco, non cambio, sono sempre lì, è colpa mia, perché io non domando!
Dio non vede l’ora di darmela la grandezza, mi ha fatto per questo: “Son venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”.

Un nota bene finale: domandare non è – come viene ridotto in un pietismo popolare e ottuso – “allora vuol dire che devo pregare di più”, domandare non si riduce al pregare, perché domandare veramente è conoscere!
Come faccio a domandare a Dio una cosa se non la conosco?! Se non ho conoscenza della grandezza per cui son fatto, della grandezza che Lui è?!
La preghiera, come richiesta, è direttamente proporzionale alla conoscenza!
Se tu hai una mente meschina, piccola, piccola, piccola e pensi che Dio è piccolo come la tua testa, gli domanderai delle cose, le “per grazia ricevuta” dei santuari!
Più conosci l’abisso del tuo cuore, quello per cui sei fatto, più vedi Gesù, più conosci la Sua grandezza e più la domandi!
Non c’è una preghiera che non nasce dalla conoscenza, è un pietismo che rende le persone rachitiche.

Essere grandi vuol dire essere assetati di conoscenza, di scoprire il mondo!
Appunto come il bambino che Lui ha messo in mezzo e dice: “Chi lo accoglie, questo è il grande!” Perché il bambino avrà tutti i difetti, ma è curioso e assetato della conoscenza, voglioso di crescere! Glielo vedi in faccia, in ogni fibra della carne!

Omelia Don Carlo 30 settembre 2018

Omelia 30 settembre

“Se l’occhio o la mano o il piede ti è motivo di scandalo”

Perchè è lo scandalo il vero nemico della nostra felicità, non il peccato la debolezza, quello tu non lo vuoi ma sei fragile ci cadi e nel medesimo istante provi un dolore perchè non lo volevi, capisci che ti fa male quella cosa li. Lo scandalo no non è il peccato, la debolezza, scandalo vuol dire esca, l’esca delle trappola, il bigatino sull’amo del pesce, è un particolare una cosa piccola, che ti intrappola, tu ti fissi su quella, vedi solo quella, non ti accorgi della trappola, ci caschi. Lo scandalo è una fissazione, tu ti fissi su una cosa piccola a volte è brutta a volte bella, ma sempre piccola, sempre un particolare. Ma tu sei fatto per il tutto e quel particolare è una trappola, un carcere in cui tu muori. E da cosa capisci che ti stai scandalizzando, che ti stai imprigionando, che ti stai intrappolando in un dettaglio? Quali sono i sintomi? La prima cosa è che quello che capita ti incattivisce, ti avvelena, diventi malevolo, interpreti le cose sempre nel modo peggiore, in modo meschino, cattivo, tutto. Il particolare non ti da un punto di vista totale, il punto di vista totale ce l’hai quando sei in cima a una montagna, se ti fermi in un rifugio prima più in giù non vedi mai tutto il panorama, sei sempre in un cono d’ombra e interpreti in modo distorto, parziale tutto. Secondo sintomo: che davanti a un particolare che tu hai afferrato il primo intrappolato è il tuo cuore, o meglio, è il desiderio del tuo cuore perchè il cuore di fronte a un particolare si spegne, solo il tutto lo prende. Tu perdi entusiasmo, diventi tiepido, diventi spassionato, sei senza passione, animo. Quando ti senti così arido, spento, hai perso il desiderio e la passione è perchè ti stai alimentando ad un particolare, un combustibile troppo piccolo per il tuo cuore.
Come si vince lo scandalo? Lo dico in un modo propositivo, non per correggere Gesù, che suggerisce il metodo chirurgico, quando non c’è altro da fare fai come il chirurgo, che per salvare l’organismo ti taglia un organo, cavalo, taglialo, cavalo, taglialo! Questa è l’ultima ratio: se non c’è altro si taglia. Ma io preferisco prima di arrivare dal chirurgo ed usare quel metodo… i medici dicono che la migliore terapia non è la chirurgia ma la profilassi. E’ curare il cuore del corpo in anticipo. Se lo scandalo è un particolare, com’è che si evita di arrivare là per dover poi andare dal chirurgo e tagliare per salvare la pelle? È guardare l’essenziale, il guardare in faccia l’essenziale, cioè il totale. Conoscere ogni giorno un pò di più l’essenziale, il totale, quella bellezza che il cuore lo colma, che lo entusiasma, che lo infiamma. Se ti riempie l’essenziale nel tuo cuore non c’è posto per i surrogati, sí i particolari li vedi ma nessuno ti intrappola più, nessuno ti porta più via. Come dissi una volta a un mio amico che mi raccontava della crisi della sua fede, e anche della perdita di entusiasmo della sua vocazione, che poi abbandonò… Io gli ho detto tu non me la racconti, figurati te se ne ho visti io di particolari o di particolare che ti vogliano intrappolare, è che nel tuo cuore c’è un vuoto, quando c’è il vuoto di qualcosa si riempie sempre, il nostro cuore è come il vuoto in natura. Si dice in fisica non c’è il vuoto assoluto o lo zero assoluto si arriva a – 273°C no? Il nostro cuore è cosi! Non può mai stare vuoto, non è che prima caccia via il male e poi ci metti di bene, no, no, no, no!
Se lo riempi del bene va via tutto il male. Non c’è posto per i surrogati, per i beni piccoli e apparenti. Allora la domanda vera è: ma dove io ogni giorno Lo incontro, Lo intercetto, posso vedere abbracciare l’essenziale della vita? C’è un tipo di preghiera che ti fissa sui dettagli, deviazionismo popolare, c’ è un tipo di preghiera che ti mette di fronte, ti fa rimanere quasi senza respiro, ti mette di fronte all’essenziale, al totale. Ci sono delle parole meschine ottuse che ti fissano sui dettagli, ci sono delle parole che ti spalancano ti fanno vedere l’Everest. Ci sono degli affetti, appunto, che ti intrappolano, ti imprigionano, altri invece che ti fanno sentire vibrare dell’affetto di Dio. Ci sono dei segni che ti indicano il totale, dei segni invece che se li segui ti infossano. A queste domande devi rispondere, quali sono gli uni e quali sono gli altri. Ogni mattina devi prendere una strada e ogni sera con un flashback ti guardi indietro e sai rispondere.

Omelia Don Carlo, funerale di sua madre

Omelia funerale madre don Carlo

“Ha fatto bella ogni cosa”.

È vero, la vita è piena di cose belle, come la vita di Natalia, e il nostro cuore di fronte alla bellezza si butta, con tutto l’entusiasmo che ha dentro. Natalia l’ha fatto quando si è innamorata a 15 anni di mio padre, l’ha sposato a 18, ha cominciato a produrre figli a 20. Siamo 5 vivi, ma ce ne sarebbero anche altri 3, oltre alla squadra di calcetto che voleva fare mio padre.

Ma tutta questa bellezza che ha avuto, matrimonio grande, ma dopo 42 anni di matrimonio e 5 figli, questa bellezza non ha placato il suo cuore, ed è stata tutta travolta in un abisso di tristezza. Per 13 anni in un baratro di depressioni diventate incurabili, perché, diceva lo psichiatra, “questi non sono di origine organica”. I farmaci rimediano solo i sintomi, questi hanno un’origine esistenziale, lei sta male di vita, è umiliata, ferita, distrutta.

Ma tutta la bellezza vissuta prima? C’era tutta, non è che era scomparsa. Non era bastata a darle quella forza per affrontare quel momento duro. Era una bellezza precaria, vinceva il dolore, vincevano le ferite. Non solo perché il marito ed i figli si sono rivelati un po’ imperfetti, ma anche se fossero stati un marito e cinque figli perfetti, potevano colmare l’abisso di desiderio che aveva dentro?

Tutte le cose belle che ha vissuto fino a 56 anni non avevano placato il cuore, anzi, glielo avevano infiammato di più, perché la bellezza, se uno è serio e ci pensa, non placa il cuore, ma butta benzina sul desiderio.

Dopo che hai avuto quella cosa bella, tu la desideri di più! Questa è l’esperienza drammatica di uno che desidera.

Se uno è distratto gli sembra che quella lo plachi, ma quando l’hai goduta, mentre la godi ti accorgi che dopo desideri di più. Si dice che l’appetito viene mangiando oltre che digiunando. E’ vero! Perché avviene questo?

L’impressione superficiale che anch’io avevo un po’ in quel tempo era che aveva delle ferite, qualcosa che la stava facendo soffrire molto, diceva il neuropsichiatra. Ma non era sufficiente. Se anche non avesse avuto quelle ferite il suo cuore era una voragine di desiderio.

La prima lettura che non ho scelto io, c’era, m’ha fatto luce quando l’ho vista. È l’ultimo libro del vecchio testamento che descrive, un libro leopardiano tristissimo con cui si chiude il Vecchio testamento.

Ormai l’incontro con la cultura greca aveva posto delle domande a cui non sapevano rispondere e perciò infatti dal 180 in poi sono scomparsi i profeti ebraici, nessuno ha avuto più il coraggio e la faccia di profetizzare qualcosa di bello. C’erano queste domande senza risposta che facevano dire “tutto è vanità, niente colma, niente placa”. E si sono messi ad attendere che accadesse qualcosa, perché a loro i conti non tornavano più dice questa lettura. Perché i conti non tornavano?

Dice l’ultima frase di del Qoèlet.

“ὅπως μὴ εὕρῃ ὁ ἄνθρωπος”” – il povero uomo non ci si raccapezza più – ἀπ ἀρχῆς καὶ μέχρι τέλους” – dal principio alla fine devi fare i conti, i conti non tornano più. Perché mai i conti non tornavano anche a Natalia? Le cose belle c’erano, la storia c’era.

“Ha posto nel loro cuore il marchio dell’eterno”.

Tutte le cose sono belle ma ognuna ha il tempo limitato, “ἐν καιρῷ αὐτοῦ”. Ma dice che Dio, il Mistero, l’uomo si ritrova dalla nascita τ”ὸν αἰῶνα ἔδωκεν ἐν καρδίᾳ αὐτῶν”.

Scusate mi vengono in greco ma queste cose che te le ricordi per tutta la vita. Quando trovo una frase sintetica che descrive il dramma che ho dentro, mi rimane qui.

Mi ha messo in cuore “ἐν καρδίᾳ αὐτῶν”, “τὸν αἰῶνα”, il marchio dell’eterno, il fuoco, il desiderio dell’eterno, del per sempre.

E’ per questo che i conti non tornano, tu hai delle cose bellissime, ognuna ha un tempo limitato, c’è un tempo per e un tempo per, fai dei figli e poi i figli si sposano, per essere giovani e per essere vecchi, per andare in pensione ma di pensione ce ne aveva pochissima. Ecco perché i conti non tornano, hai delle cose belle ma piccole. Dentro il cuore la voracità desidera l’eternità, la perfezione, l’infinito, ogni cosa la spremi in trenta secondi come un limone, ne fai un spremuta, non resta niente, non perché le cose sono brutte, erano tutte belle, erano ancora tutte li, ma sono sproporzionate al desiderio, sono semplicemente piccole. E tu scopri che le cose più belle non ci sono date per farci felici, non ce la faranno mai, ci sono date come segno di Chi ci possa fare felici, indicano una cosa più grande.

Gli diceva appunto ai cinesi che volevano i suoi scritti. Siete proprio stupidi come i cinesi, mentre il saggio indica la luna questi qui guardano il dito, le cose sono il dito che indica la luna, una cosa più grande del dito. Il marito perfetto, i figli perfetti, non basterebbero anche se lo fossero stati.

Ecco, è in questo abisso di desiderio che nascono quei tredici anni in cui è sprofondata nella tristezza Natalina , non perché le cose erano un po’ limitate ma deludevano, perché il cuore comandava pure le cose. E questa tristezza è durata tredici anni, la cosa buffa, misteriosa, da capire, è che non è finita quando sono finite le ferite che la facevano tanto soffrire, lei è rinata, ma è rinata prima che finissero le ferite, le ferite sono durate altri tre anni e mezzo/quattro, ma lei è rinata prima di scendere dalla croce, ha trovato un’altra sorgente di vita, mi disse un giorno: vedi, ho capito che la famiglia è come una azienda, finché fa dell’utile ci va bene, ma la mia adesso è in rosso, mi serve energia, ho bisogno di liquidità. Usava questi termini dovendo gestire una famiglia con pochi soldi. Ho bisogno di rifinanziare l’energia. La mia famiglia, quando andava bene, mi dava carica, adesso invece è una azienda che va in rosso, mi stanca, mi svuota, mi svuota! E’ diventata per me terra di missione, non un luogo di alimentazione, mi serve una nuova energia, cominciò a guardarsi intorno, cominciò a sfidare chi incontrava, e noi che siamo della famiglia sappiamo come ha cominciato a muoversi, la prima cosa che fece in quelle condizioni lì, mi diede 200 mila lire per andare in una agenzia di viaggi a comprare un biglietto aereo per andare in Palestina, a rincontrare Cristo, poi dopo non molto tempo volle andare a Fatima, poi andò a Lourdes, voleva sempre venire in giro con me, abbiamo girato mezza Europa, lì dove siamo, chi conosciamo, in Svizzera, in Francia, ricominciò a leggere. Ha scoperto un’altra energia, e quando, man mano che la trovava, l’assaporava, era entusiasta di raccontarla, la gente a cui lo raccontava vedeva che aveva un’altra faccia.

Ecco, noi abbiamo conosciuto una seconda Natalia: prima c’era la Natalia del dovere, dedicata al dovere, buonissima ma tristissima, dopo la Natalia del desiderio. Ha detto: se gli altri non mi vogliono bene comincio a volermi bene io, adesso prendo sul serio i miei desideri, io non sono fatta male, io sono fatta bene, voglio ubbidire ai desideri che ho dentro. E tu la guardavi e diceva anche senza dirlo: non avere paura, guarda me, non avere paura dei tuoi desideri, esiste quello per cui il tuo cuore è fatto, vedi, in me, un po’, esisti, guardami in faccia, in me esisti, io sto provando al mio cuore a desiderare, cercalo pure tu, prenditi sul serio. Noi non siamo sbagli della natura, non siamo fatti male. Questa è la seconda Natalia che noi abbiamo conosciuto. Come è passata dalla prima alla seconda? Che cosa è accaduto? Cos’è che la rendeva dopo così certa, così audace? Intercettava la gente, a volte usciva con dei giudizi! Ha fatto la terza elementare, aveva sempre letto pochissimo, ma da dove gli vengono? Che cosa ha visto questa qui? Per la sua acutezza e profondità, centrava sempre il punto, faceva sempre gol! Chi l’ha conosciuta può intuire, ha potuto intuire cosa gli è successo. Comunque è evidente che lei è rinata, sui sessanta anni, e ha mostrato a tutti che si può cambiare, che si può rinascere. Che non è affatto vero che noi siamo condannati a seguire la parabola della curva asintotica della natura, no! Perché a quell’età li, io che ne ho 72 lo so bene, gli ormoni sono già finiti, le cellule danno già i messaggi di morte, direbbe Freud, tutto è scritto, comincia la pulsione ad andare verso la morte, il corpo va giù, giù, giù; negli anziani è così. Invece il suo corpo ha cominciato ad andare su, su, su. Si vedeva che era lacerata dentro. Soprattutto gli ultimi mesi quando ha fatto sette volte la spola tra l’ospedale e la casa protetta. Non andava bene da nessuna parte perché non era malata, non aveva malattie, era semplicemente vecchia, con un equilibrio delicatissimo, e se la rimpallavano perché avevano paura delle denunce, ci ha fatto pure firmare, poveretti, li capisco.

Aveva degli occhi che ti guardavano e ti trafiggevano, ti guardavano dentro e oltre te. Cercavano qualcosa che neanche tu gli potevi dare. Mi è venuto in mente l’altro giorno che ero li con Davide Barnabè, di Castel Bolognese, la penultima volta che l’ho vista ero con lui, ci guardava così, ci guardava, ci seguiva, ci trafiggeva. Mi è venuto in mente quello che è successo cinque giorni prima che morisse il babbo, nell’ospedale di Imola, una sera, era già tutto intubato, ad un certo punto mi da una gomitata e mi dice “cavati di lì”. Pensavo fosse la morfina che gli aveva fatto effetto, invece … “i conti devo farli Lui!” C’era un crocefisso attaccato sulla parete ed io mi ero messo in mezzo tra lui e Cristo e lui i conti voleva farli con Cristo. Mia madre è così. L’ultima volta mi trapassava e sembrava guardasse oltre e cercasse quello che, da una vita, faceva bruciare il cuore anche a lui. Nessuno è mai perduto, dice la storia di Natalia. Si può rinascere in qualunque momento della vita. Ecco, mi piacerebbe fossimo amici per aiutarci a rubarle il segreto, quello che l’ha fatto passare alla “numero due”.

Omelia Don Carlo 28 settembre 2018

Omelia 28 settembre 2018

“La gente chi dice… voi chi dite che Io sia”
La gente lo deve dire, voi dovete dire Chi sono, ognuno deve dirlo, deve paragonarsi con Me. Ma non per Me, per lui, per capire sé stesso perché davanti a me uno è davanti alla grandezza dell’umano, alla statura dell’uomo, vede per che cosa lui è nato, per quale grandezza. E se prende posizione davanti a Me la prende davanti a sé, decide cosa farne per la sua vita, che decida bene o male, decide di sé, e diventa protagonista di sé stesso, non delega più a nessuno la sua unica e breve esistenza. Non si vende con nessuno, perché il male è vendersi, noi non dobbiamo venderci a nessuno, neppure a Dio. SceglierLo si, venderci mai. L’incontro con Cristo non serve a diventar cristiani, serve a diventar veramente umani. Poi, puoi servire Cristo e scoprire il centuplo – non importa – puoi spendere la vita per cercare un’alternativa a Cristo, qualche cosa di grande come Cristo, non lo troverai ma se Lo cercherai avrai respiro, ti sentirai in cammino verso te stesso. Il cristianesimo non serve, innanzitutto, per diventare cristiani o buoni, ma per diventare umani, cercatori della propria grandezza. E’ così raro trovare negli incontri quotidiani qualcuno con questo respiro, che abbia come scopo di essere se stesso. C’è un tono così basso, desideri così meschini, si desidera sempre qualcosa di meno di sé stessi, si desiderano cose, cose! E’ così raro trovare uno che voglia la verità di se che quando lo incontro io, di schianto, ci divento amico.

Omelia Don Carlo 27 settembre 2018

*Omelia 27 settembre 2018*

“Vanità delle vanità tutto è vanità”

Questo grido tristissimo, amaro, di tono leopardiano chiude il Vecchio Testamento, è l’ultimo libro della Bibbia: oltre a questo il Vecchio Testamento non sa più cosa dire. La speranza ebraica si è frantumata di fronte alle domande della cultura greca – questo è un libro che ha già incontrato i greci – che fanno riflettere gli ebrei e gli ebrei non sanno che cosa dire di fronte a queste scoperte che i greci mettono a fuoco.
Vanità non vuol dire “niente”: le cose ci sono, si impongono, ci fanno ridere e piangere per tutta la vita, segnano il nostro volto per sempre. Vanità vuol dire che sono vane, il termine ebraico è chiarissimo, abel: abel vuol dire vapore, è la nuvoletta di vapore che si forma nel primissimo sole dopo l’alba quando in medio-oriente un po’ di rugiada ha rinfrescato, ma lo stesso sole che la fa evaporare, nel giro di un’ora l’ha già frantumata e dispersa, non resta più niente. Questa è l’immagine della vita dell’uomo, se uno la guarda in modo razionale e realistico: una cosa bella che c’è che ti prende in un’ora è sparita. Svanisce e tu ti chiedi: ma vale la pena amarla questa vita così bella e così precaria come quella nuvoletta? Questa è l’immagine drammatica che chiude brutalmente il Vecchio Testamento: la crisi era cominciata con la sfida del libro di Giobbe tempo prima, che qui viene come massacrato. Da quel giorno non ci saranno più profeti fra gli ebrei, per 180 anni non ce ne saranno più, il primo sarà appunto Giovanni Battista, che dirà: “non sono io, guardate Lui”. Da quel giorno per 180 anni nessuno ha più il coraggio di fare il profeta perché non sa più che cosa dire sul senso della vita. Perché il tono è diventato amaro, leopardiano, triste e gli ebrei si metteranno a fare una sola cosa: attendere il Messia. Si divideranno in quattro gruppi organizzati – farisei, sadducei, zeloti ed esseni – con un po’ di gente sparsa tra il popolo di Javeh, a dire: “se non accade qualcosa noi non ci capiamo niente, noi non sappiamo rispondere, deve accadere qualcosa che noi non conosciamo, possiamo solo aspettare il Messia”.
Il Vecchio Testamento non conclude in se stesso, ha una crepa a cui risponde soltanto il grido che si sentirà da quelle parti nel 36/37 dopo Cristo da un uomo che dirà: “Se Cristo non è risorto, la vostra fede e la vostra vita sono esattamente vane, vuote, inconsistenti come quella nuvoletta”. Lo dice Paolo dopo aver già incontrato Gesù risorto, prima non poteva dirlo, e si rende conto che l’unica risposta è Gesù risorto, quello che è accaduto in quei quaranta giorni dopo che è stato sepolto.
Che grazia abbiamo noi ad essere discepoli di Paolo, invece che discepoli di Saulo, che era appunto incattivito e violento perché conosceva solo la vanità delle cose che gli avvelenava e gli incattiviva il cuore.