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Omelia Don Carlo 9 settembre 2019

Omelia 9 settembre 2019

“Sono lieto” – dice Paolo – “nelle sofferenze che sopporto per voi”.
Non godo delle sofferenze, non sono masochista. “Sono lieto nelle”, perché io vedo nelle sofferenze, nel dolore, un bene più potente del dolore stesso. Vedo dentro il dolore il segno della vittoria di Cristo e di questo io sono lieto. Pesa di più nella mia vita il segno lasciato dalla vittoria di Cristo, ormai tutto di me è segnato dalla vittoria di Cristo. Tutto, della mia umanità, porta il Suo marchio. Quando mi faccio il segno della croce della risurrezione, mi guardo: sono sempre io, ma non son più io.
Vedo in me questo segno della vittoria. Vedo la Sua croce, ma sulla Sua croce, sul calvario, non vince l’odio, ma vince l’amore.
Vedo la Sua tomba, ma in quel corpo martoriato e torturato, esplode l’eternità.
Il dolore più atroce – come quello del corpo di Cristo crocifisso – porta il segno della vittoria.
Tutto il mio dolore è segnato dal Suo, segnato soprattutto dalla Sua vittoria.
Solo per questo posso essere lieto “nel”, non “del”; invece il vostro dolore, che non è segnato dalla vittoria di Cristo, è un dolore maledetto, vi avvelena, vi distrugge.
Quando noi siamo avvelenati, incupiti, distrutti, quando il tono è negativo – quante volte si vede negli occhi che prevale il tono brutto, negativo, che chiude – non è mai per il troppo dolore, ma è per la poca memoria, per la carenza di coscienza, abbiamo la fede, che è una fiducia, ma è una fede senza coscienza. È una fede che – in una cyber parabola – è come archiviata in un hard-disk, sta lì ed è come se non ci fosse. La fede di Paolo, la mia fede, non è nell’hard disk, appena mi sveglio la riporto sulla RAM, visibile sul desktop, è una fede che incide, è una fede attiva , laica, che è presente in tutto; è come se io fossi – ecco – sempre on line, permanente con me e connesso con l’Eterno. Vivo dentro la carne, ma questa vita che vivo nella carne, la vivo nella fede. È questo che mi permette di essere lieto “nel” dolore.

Omelia Don Carlo 8 settembre 2019

Omelia 8 settembre 2019

“Chi non porta la sua croce non può essere mio discepolo”.
Per capire Gesù devi portare la tua croce, che è la croce della vita, nuda e cruda, del rapporto con la realtà, di chi prende sul serio tutte le cose e non fa il furbo. Le cose belle e quelle dolorose sono tutte una croce. La croce non è quella dei romani, è la tua esperienza quotidiana perché le cose belle svegliano, infiammano il desiderio a cui nessuna darà mai risposta adeguata; sono come un cibo o una bevanda salata, aumentano l’appetito le cose belle. Mai trovato uno che ne avesse abbastanza! E più uno ne ha, più è ricco e più accumula.

Il mio primo grande maestro moderno, Karl Marx – ma anche Freud e Nietzsche l’hanno dimostrato fino in fondo: l’uomo moderno, avendo abbandonato il creatore, diventa vorace, esasperato sulle cose. Infatti, sta spremendo il pianeta (alla faccia degli ecologisti!), non gli basta la Terra, ha già visto che sulla Luna non c’è niente, va su Marte e non gli basterà la galassia, non gli basta niente a un uomo vivo!
Le cose dolorose poi, di cui la vita è piena, ti contraddicono in faccia e tu piangi, giustamente. Guai a un uomo che non piange e si rassegna!
Un ateo doloroso e amaro, eppur così desideroso, come Leopardi glielo dice in faccia: “Natura matrigna che di tanto inganni i figli tuoi, non mantieni poi quel che prometti, allor?”.
Questa è l’esperienza di un uomo serio. Chi non la fa vuol dire che bara. Perché la realtà è così, non ve la raccontate.

Cosa vuol dire allora essere seri? Prenderla sul serio e portare la tua croce senza scaricarla su qualcun altro o evadere in modo artificioso. Lo dice acutamente, molto poeticamente, questo Salmo 89 – uno dei più esistenziali, sapienziali, si dice con un linguaggio teologico:
“Insegnaci a contare i nostri giorni e raggiungeremo la saggezza del cuore”.
“Contare” vuol dire soppesare, dir con la bilancia, dire quanto pesano. Pesarli uno per uno e domandare ad ogni giorno la felicità che quello stesso giorno ti incita, ti aizza a desiderare e non accontentarsi delle briciole. Domandare fino a gridare che venga uno a salvarti e a compierti perché i giorni della vita non ti salvano, non ti compiono, non ti sono dati per saziarti, per farti felice. Le cose non ci sono date per farci felici, ci sono date per aizzare il desiderio della felicità. Sono segno, sono promessa le cose, non compimento. Il naturalismo – i pagani che adoravano le cose della natura – è terribile.

Il cristianesimo ha bisogno di cuori non pagani, che non adorino la natura, che non si aspettino dalla natura quello per cui lei non è fatta. E ancora, luminosamente, questo Salmo dice, ecco: “Fa risplendere il Tuo volto sul tuo servo e io sarò salvo”.
Il grido che diventa cosciente, consapevole, sennò è un grido, un lamento bestiale – urla, bestemmie, odio, depressione – ma un grido diventa umano, diventa un grido umano, è umano quando si acuisce su un punto. “Fa risplendere il tuo volto” perché ciò di cui ha bisogno il cuore è una felicità che abbia un volto, che sia una faccia umana. Un Dio come un idolo naturalistico è diabolico, solo un Dio con una faccia umana può corrispondere al mio cuore, non può essere un’altra faccia umana domandante come la mia. “Mostrami il Tuo volto”: il volto del Creatore, però il volto umano è il segno più suggestivo del Suo volto. Dio in faccia non si vede, ma l’uomo ha bisogno di vederLo e Lui ha deciso di mostrarci la Sua faccia. Gesù ha la pretesa di essere la Sua faccia.
“Io e il Padre siamo una cosa sola”, non una sola persona, no! una cosa, un Essere: il Padre ha la Sua (faccia) e io ho la mia, ma “Chi vede la mia, vede il Padre”, disse un giorno a Filippo.

Noi sopportiamo la croce della vita, non ci disperiamo, non bestemmiamo, non ci lamentiamo, non la scarichiamo, non ne evadiamo, solo se vediamo un volto umano che riflette il Suo. Un volto perciò da amare. Io ho bisogno di affetti veri e un affetto vero è questo: lasciati attrarre dal Suo. Perciò è ragionevole che io Lo ami, a questo è ragionevole legarsi in tutta la vita. Sono gli affetti, i legami vocazionali, in tutte le forme. Cioè sono affetti, legami, volti che quando li vedi ti si ridesta – per me è così – la voglia di far festa. Ogni volta desideri che sia una festa. Da questo volto, da questo affetto non ti vorresti staccare se non per andare a festeggiar col mondo, e gridarlo a tutti. C’è solo una cosa più bella di un affetto vocazionale: è l’affetto, l’abbraccio di tutti i volti del mondo, che se Gesù non fosse morto e risorto sarebbe ridicolo solo pensare.

Omelia Don Carlo 12 settembre 2019

Omelia 12 settembre 2019

“Vi sarà versata una misura buona, colma e traboccante”.
Questa è la promessa di Gesù a chi lo segue: un di più di vita, una esuberanza. Ma cos’è questo di più di cui il cuore è colmo e trabocca?
A volte me lo chiedo: cosa resterebbe di me se togliessi tutto quello che Gesù ha portato nella mia vita? Il solo pensiero mi sgomenta. Io sarei irriconoscibile a me stesso.
Cosa ha portato Gesù nella vita di Paolo? (Paolo è) quello che ha avuto l’incontro più esplosivo, più esplicito, in cui è diventato tutto chiaro, come nel CERN di Ginevra quando fanno collidere le particelle subatomiche e hanno i rivelatori, questi schermi che intercettano le interazioni e possono definire le caratteristiche delle particelle.
Nel cuore di Paolo a Damasco è stato come a Ginevra: si è capito quello che prima non si era capito: “La pace di Cristo regna da quel punto nei vostri cuori.”

Il di più, nella vita di Paolo, è che la pace di Cristo, la pace che vede nel cuore di Cristo, se l’è trovata dentro il suo, perché la vera guerra è quella che abbiamo dentro, quella fuori con gli altri viene da dentro. La vera guerra è che io non sono in pace con me, che io non mi voglio bene perché non mi piaccio, questa è la guerra: il malessere è dentro e non c’è psicanalista che lo possa vincere, può soltanto svuotarti, anestetizzarlo, analizzarlo, teorizzarlo come fanno i filosofi, ma se ti senti sbagliato, te ti senti sbagliato. Mi fa sempre una pena sconfinata quando, tanto spesso, me lo sento dire.

Bene, io da quando ho incontrato Cristo, da quando mi ha guardato, non l’ho mai più pensato di me. Io, in quell’istante, sono stato certo che ero fatto bene…il cuore! Perché Cristo viene e ti svela che la tua bellezza è il tuo cuore, che quando tu ti senti brutto è perché guardi qualcos’altro di te. Ma il qualcos’altro, tutto il resto, è bello se fa trapelare il cuore perché una bellezza estetica, esteriore, senza cuore è niente!
La bellezza è questione di coscienza, non di estetica.
Come sul monte Tabor – ci penso sempre quando ci vado: Gesù era come prima, mica era andato a farsi la lampada dall’estetista, è che in quel momento aveva una tale coscienza di sè che è trapelata al volto e glielo hanno visto in faccia e Pietro va giù di testa e dice: “Facciamo tre tende perché non ti ho mai visto così bello!”.
La bellezza è una questione di coscienza, non di estetica esteriore! E un cuore da dare ce lo hanno tutti. Il vero problema è se tu guardi il tuo cuore con gli occhi del mondo, quelli naturalisti, o se lo guardi rispecchiato negli occhi di Cristo.

Omelia Don Carlo 6 settembre 2019

Omelia 06 settembre 2019

“Presentatevi al Signore con esultanza”.

È dura arrivare alla sera, trovare una faccia esultante. Non so quante ne trovate voi.

Cosa fa esultare Paolo? Cristo Gesù, è per Paolo immagine del Dio invisibile. Immagine, icona, non è una foto, un selfie… È la faccia, la carne del Dio invisibile resa visibile. Cioè il volto di questo uomo visibile è il volto del Dio invisibile. Questa è la rivoluzione che ha stravolto Paolo, che ha spaccato gli otri vecchi. Si è dovuto cambiar d’abito direbbe il Vangelo. Lui vede Gesù e vede Dio. Abbraccia Gesù, si lascia abbracciare e abbraccia Dio. Questa è la fede di Paolo, di un cristiano cosciente. Non è fede nell’esistenza di Dio, ma nella presenza di Dio, qui, in questo uomo reale.

Che esperienza fiorisce da questa fede? Continua lui “è piaciuto a Dio fare abitare in Gesù la pienezza”.

Prima di conoscere Lui, Paolo – nessun uomo – conosce la pienezza. La vita non è piena, niente colma il cuore. Tu vedi Gesù e d’istante diventi certo che la pienezza c’è, che per te inizia un’altra vita, la festa di nozze dice il Vangelo. Ché di questo si tratta. Il tono cristiano è il tono di un invitato a nozze. “Possono digiunare gli invitati a nozze?”

Il cristiano si distingua o no dalla sua totale iniziativa, dalle sue capacità si distingue dal fatto che non ha la faccia da funerale, ha la faccia da invitato a nozze. Quella da funerale non è una faccia cristiana, sarà una faccia da un uomo credente, avrà tanta fede ma non è cosciente della fede. Perché c’è una fede cosciente e una fede incosciente. A tanti cristiani dal tono basso che trovo continuamente non è che manca di fede, non gli manca la fede, gli manca la coscienza della fede. Conoscono Gesù ma non conoscono che Lui è la pienezza. La vita gli rimane vuota come se non Lo avessero conosciuto e sperano che gli vada bene in Paradiso ma adesso la pienezza non ce l’hanno, in faccia si vede perché la faccia non bara. E tutti noi sappiamo distinguere la faccia piena da una faccia vuota e io so che cosa riempie la mia e che cosa svuota la mia. E’ a questo livello la partita non al livello del credere o non credere a Lui ma a livello del credere o non credere nella pienezza che porta Lui. Questo lo possono capire tutti ma questo non è un problema di comunità o di gruppo perché di facce ne abbiamo una per uno e ovunque io vado in tante comunità trovo sempre- si dice in Romagna – il “rusco e il brusco”. Guardo le facce e vedo che tante, forse tutti hanno fede, ma non tutti hanno una fede cosciente e una faccia piena.

Omelia Don Carlo 5 settembre 2019

**Omelia 5 settembre 2019*

“Lasciarono tutto e lo seguirono”, perché adesso il tutto era Lui, non le robe. In un istante gli è stato chiaro che a loro non serve altro, venisse meno tutto, Lui c’è. Venissero meno persino tutti i testimoni di Gesù, Lui c’è. L’hai già visto. Si smontasse la chiesa, non ci fossero più i cristiani nel mondo, Lui c’è. La chiesa vale in quanto svela lui, una volta che l’ha svelato, Lui c’è e tu da Lui puoi ricominciare a fare tu la chiesa. Non c’è più nessuno…’c’est mio cet homme’ -si dice in francese – sono io quell’uomo che rifà tutto. Perché Lui c’è.
Allora il problema è drammatico per tanti cristiani, é come se gli occorresse sempre Gesù più qualcosa, cosicché Gesù non è tutto. Come se Gesù dovesse essere integrato da qualcos’altro, Gesù con un po’ di integratori.
Il problema è avere la coscienza piena, come dice Paolo: “Da quel momento, da quando ho scoperto questo, non cesso più di pregare perché abbiate piena coscienza”.
Perché un po’ di coscienza ce l’hanno tutti i credenti, se no non crederebbero, ma una coscienza parziale che non fa vedere tutto, che non fa vedere neanche Gesù come tutto. E dopo vanno in affanno, gli serve sempre qualcos’altro da integrare a Gesù, per rendere più concreto Gesù.
Ma un Gesù con degli integratori non è un granché, così si perde in libertà, si perde letizia, brio, si perde quella baldanza spavalda dei testimoni di Cristo risorto da Maddalena in poi.