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Omelia Don Carlo 10 luglio 2019

*Omelia 10 luglio 2019 – San Martino di Castrozza*

“Questi sono i dodici che Gesù inviò”.
E tu ti aspetti che li invii a tutto il mondo, a tutti, che Gesù si rivolga a tutti. No!
“Non andate tra i pagani, non entrate nelle città dei Samaritani”. Perché?
Perché sono pagani e sono Samaritani: eretici.
“Rivolgetevi alle pecore perdute di Israele”, che sono i prediletti.
Dio è uno che si innamora e se fa una dichiarazione a una donna vuole prima una risposta da lei: sì o no!
Se dice sì se la sposa, se no dice: “Non sai chi ti perdi, io una come te la trovo, ma tu uno come me non lo trovi più”.
Dio è un innamorato e procede per preferenze e vuole una risposta. Vuole che dicano sì o che dicano no. Non vuole per forza il sì, il sì lo dicono per fare piacere a sé, non a Lui.
Perché Dio ama più la libertà della salvezza. Non è venuto per salvare gli uomini, ma per renderli liberi, perché ognuno prenda in mano la sua vita e decida che cosa fare. Se sceglie bene, ci guadagna lui, se no ci rimette lui.
Gli Ebrei dissero no, crocifissero Cristo.
E allora, ragazzi, a questo punto liberi, la prateria è aperta, per i pagani, per i Samaritani, per gli anarchici, per i Catalani… per tutti, per il mondo.
Si scuote la polvere dagli infradito e si va a fare una proposta a tutti, ma da ognuno dobbiamo chiedere la risposta, per fare un favore a lui, perché se non risponde a una chiamata come questa, quest’uomo a chi risponderà mai?!
È un uomo che non sarà mai protagonista, non sarà mai se stesso.

E qual è la condizione per essere apostoli, per fare quest’esperienza? Cos’è che dovevano dire?
Non il peccato…Niente! Non pone condizioni morali Gesù.
“Andate e annunciate una cosa sola, due punti: che rende il cielo vicino”.
È così vicino che è alla tua portata. Ci può stare un Samaritano, ci può stare un Catalano, ci può stare un anarchico, ci posso stare io, ci possiamo stare tutti!
Non ci son distanze tra Lui e te, fra il regno di Dio e te, la distanza può esser fra te e il regno di Dio: l’unica distanza la puoi porre tu, sei tu che puoi non lasciarlo entrare, ma se tu hai una distanza fra te e la proposta di Cristo, ce l’hai fra te e te stesso, perché il guaio della grandezza piena di sfida del cristianesimo è che per credere in Cristo devi prima credere in te stesso, devi prendere sul serio il “fuoco” – che diceva Jesus (Carrascosa, “Carras”) prima – di quelle esigenze che ti bruciano dentro.

Se tu sei distante da te non c’è nessun Dio che ti manda all’Inferno, la tua vita è gia un inferno, come l’ha spiegato la Kasatkina spiegando Dostoevskij, dice questa frase: “Il Paradiso è nell’Inferno”, Paradiso e Inferno sono nello stesso luogo.
C’è Dio che va incontro agli uomini per abbracciarli, quelli che accettano l’abbraccio si cominciano a godere il Paradiso, quelli che sfuggono all’abbraccio vivono nell’Inferno, ma Dio lì li sta rincorrendo e spera che non riescano a dirGli di no per tutta l’eternità.

Omelia Don Carlo 9 luglio 2019

Omelia, 9 luglio 2019

“Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele”.

Perché, te lo vedo in faccia, essere Giacobbe non ti basta.
Hai tutto, hai fatto fortuna, hai guadagnato soldi, hai avuto anche il perdono dal tuo peccato da tuo fratello Esaù per avergli rubato la primogenitura. Hai tutto, sei il capo, che ci fai in questo luogo? Cosa vieni a gridare? Perché cerchi il Mistero?
E Giacobbe sbotta. Dice: “Io non ti lascerò se non mi avrai benedetto”. Agguanta questa specie di fantasma: “Io non ti mollo, non posso vivere se tu non mi benedici. Che cosa me ne faccio dei soldi, della fama, sono il capo della tribù?”
“Non ti lascerò se non mi avrai benedetto”.
Io della benedizione, degli applausi degli uomini, non so cosa farmene. Io ho pace dentro di me solo se so che Tu mi benedici, che Tu mi vuoi.

Noi stasera siamo qui e ci portiamo nel cuore la stessa sfida di Giacobbe: non ci basta un po’ di vacanza, un po’ di amici…
A noi ci servono gli amici – per questo facciamo la vacanza insieme – ci servono gli amici di Giacobbe: amici che vanno insieme a sfidar Dio, che dicono: “Non ti lascerò se non mi avrai benedetto!”
Io non torno a casa se non ho addosso il segno della tua benedizione, il segno del segno che Giobbe si porterà dopo l’alba. Spuntò il sole e Giacobbe zoppicava all’anca. Un segno che lo ferisce fisicamente, perché Dio è il creatore di tutto, Dio non è un puro spirito, Dio passa dalla terra, Dio non segna l’anima di Giacobbe, segna anche il corpo.
E Giacobbe, dopo aver avuto l’audacia di sfidare Dio – “voglio la Tua benedizione”, il segno nella mia vita che Tu sei con me – il segno ce l’ha, ma il segno lo fa zoppicare! Ha il nervo sciatico – io l’avrò avuta dodici anni fa la sciatalgia – ad ogni passo ti viene in mente Dio, non sempre per pregare, perché fa male il nervo sciatico.

Giacobbe, tutta la vita, ad ogni passo, ad ogni respiro, ad ogni gesto diceva “Ahi!”. Era costretto a pensare a Dio perché lui non poteva più fare un passo, esprimere un gesto se non sentiva Dio presente. Dio era essenziale, senza Dio la vita di Giacobbe non era più vita, tanto che gli viene cambiato anche il nome.
‎יַעֲקֹב “Yaʿaqov” (jacov) – non so se se lo sapete che Giacobbe… – “yaʿaqov” (jacov) vuol dire calcagno, tallone, perché Giacobbe era gemello e lui era il secondo dei gemelli e da quando è nato l’ostetrica non riusciva a “stricarlo” perché aveva agguantato il calcagno del primo per sorpassarlo, sbucando fuori. Questo era Giacobbe, era un furbetto! E lo chiamavano “calcagno” – mi spiego – “tallonatore” letteralmente: quello che ti tallona per farti fuori all’ultima curva.
Giacobbe era così! E ha sfidato anche Dio, voleva essere il primo, il primogenito davanti a Dio. Dio lo esaudisce, lo chiamerà ישראל “ish-ra’-el” (Israele): l’uomo che ha osato sfidare Dio, l’ha visto in faccia e ne rimane bruciato. Giacobbe ha questo segno addosso, una volta che ha visto Dio, Dio ce l’ha per sempre.

Noi siamo qui con la stessa audacia, non andiamo a casa dopo aver fatto il Club Méditerranée, però abbiamo una tentazione – che è quella dell’uomo moderno che tante volte serpeggia anche tra noi. L’uomo moderno dice che se Dio è questo non stai mica più in pace, non hai più pace! Perché Dio non ti mette a posto la vita, ti ferisce, si fa sentire.
Per l’uomo moderno questa fede è una maledizione, che Dio esista va benissimo, perché Dio è utile, ma che Dio sia presente in questo modo per l’uomo moderno è una maledizione.
Che cosa sia per noi ce lo diranno le nostre facce col passare dei giorni!

Omelia Don Carlo 7 luglio 2019

Omelia 07 luglio 2019

“Per me non conta l’incirconcisione, né la circoncisione”.
Oὔτε τί ἐστιν (ùte ti èstin): vale zero, dice perentorio, Paolo. Tranchant!
L’incirconcisione della carne senza cicatrici è la natura e basta, così com’è, in cui c’è solo la legge dell’istinto che ha un orizzonte naturale: sono permessi solo i desideri naturali che la natura soddisfa. Ma la natura, per un pagano – lo dice bene Leopardi – è matrigna, suscita desideri a cui lei non può rispondere, “non mantiene poi quel che promette allora”.
E quindi il pagano, il non circonciso, è un uomo ultimamente depresso, non si può permettere di desiderare tutto, glielo vedi in faccia.
E il circonciso, invece – quello che ha la carne marchiata, segnata dalla legge di Dio, da una legge che si impone da fuori, da sopra, che poco o tanto lo coarta, lo costringe, che gli toglie sempre qualcosa e gli aggiunge sempre qualcosa – è un uomo che non ha più la natura autentica, come Dio la fa; è un uomo artificioso, artefatto, non è più spontaneo, non ha la fragranza delle cose autentiche, come il cibo “cotto e mangiato”. È un uomo artificioso, artefatto, non c’hai gusto a stare con lui. Gli manca sempre qualcosa, smania sempre qualcosa in più. È un uomo, quindi, represso.
Il pagano è depresso, il circonciso è represso nei suoi desideri più umani.
E Paolo dice: “Questi due tipi umani per me – οὔτε τί ἐστιν (ùte ti èstin) – sono zero; per me conta solo l’essere nuova creatura, καινὴ κτίσις (kainè ktìsis): una creazione nuova, come un nuovo Big Bang.
“Dentro la mia natura – io ero non circonciso – ha fatto irruzione un’altra vita”, una vita che erompe dal sepolcro di Gesù risorto e che irrompe in quelli che incontra che non lo rifiutano, lo accolgono.
“È successo a me, è successo a Pietro e agli altri a Pentecoste.”

E com’è la nuova creatura?
Se il pagano non circonciso è depresso e il circonciso è represso, com’è l’uomo rinato, la nuova creatura, l’uomo espresso, com’è?
Luca, amico di Paolo, dice nel Vangelo, descrivendo i settantadue discepoli:
“Rallegratevi, i vostri nomi sono scritti in cielo”.
È gente cosciente che il suo nome è scritto nel cielo. E tu glielo vedi in faccia perché in faccia gli vedi il cielo, vedi nello sguardo, senti nel tono, che questi sono uomini che vivono desiderando il cielo. Sono certi che il cielo esiste, l’hanno visto, per un istante l’hanno visto. Poi può venire il cielo cupo, temporalesco di adesso, ma noi non siamo scemi a dire che il sole non c’è più, che l’azzurro non c’è più.
Sappiamo che c’è una coltre in mezzo, ma l’abbiamo visto, l’abbiamo visto sulla terra come un punto in cui il cielo era visibile, chiaro, nella faccia di un uomo che si chiamava Gesù risorto. E adesso lo vediamo in noi stessi. Ormai, anche se c’è il temporale, il cielo si sente nel fremito, è ormai incancellabile nella nostra vita, altro che la circoncisione!

Dove lo vedi scritto il tuo nome? Dove è che tu prendi coscienza di te, di essere nuova creatura? Dove ti accorgi che dici io come mai l’hai detto prima? Se ti ricordi di questo e ridici quel sì, in questo istante, riaccade per me καινὴ κτίσις (kainè ktìsis) – la nuova creatura – e il resto οὔτε τί ἐστιν (ùte ti èstin): vale zero.

Omelia Don Carlo 5 luglio 2019

Omelia 05 luglio 2019

“Misericordia io voglio e non sacrificio”.
Ma il sacrificio è il gesto che più esprime la religiosità umana.
Sacrum facere: fare, rendere una cosa sacra, o meglio, renderla “sacrum”, restituirla a Dio perché è Sua.
E come l’uomo religioso ha immaginato il sacrificio? Distruggendo le cose per Dio.
Il sacrificio diventa distruzione, rinuncia, offrire diventa soffrire: è un’idea infernale di Dio e della religiosità. È diabolico pensare che si adora Dio distruggendo, facendo il contrario di quello che Lui fa, che quella cosa la crea.
Questa è l’idea diabolica degli uomini religiosi. Questo Dio non è quello di Gesù.

E lo ammettono i suoi nemici, come di fronte al pranzo con Matteo appena convertito, chiamato.
“Il vostro Maestro mangia con i pubblicani e i peccatori”. Preferisci i peccatori a noi che siamo i più religiosi; perché?
Perché il vostro Dio non c’entra niente con la felicità dell’uomo, mentre i peccatori cercano la felicità.
Il Dio di Gesù è la felicità e per amare Dio bisogna amare la propria felicità. Infatti, Gesù non va a rimproverare i peccatori perché cercano la felicità, li rimprovera di cercarla troppo poco, di accontentarsi di una felicita troppo piccola, perchè il peccato – αμαρτία (amartía) in greco, defectum in latino – vuol dire “di meno”. Chi pecca vive di meno.
Il peccatore non è un uomo ateo, è un idolatra, adora un Dio piccolo e Gesù va a mangiar con loro, a goder con loro per destargli dei desideri grandi come Dio, che è il Dio che adorano, senza conoscerlo, in quelle piccole cose, perché per Gesù l’amore a Dio coincide con l’amore a sé.
Gesù fa fuori, in un colpo, l’egoismo e l’altruismo. L’amore di Gesù è inclusivo: amare sé coincide con l’amare Dio, con l’amare il prossimo e gli amici, perfino i nemici.
Che sfida lancia Gesù sia agli uomini più atei, che agli uomini più religiosi!

Omelia Don Carlo 4 luglio 2019

Omelia 4 luglio 2019

“Dio mise Abramo alla prova”.

Una prova terribile che chiede un amore a Dio esclusivo, cioè che escluda ogni amore umano anche l’amore al figlio.
È un Dio monoteista il Dio di Abramo – ekhàd : solo, esclusivo – che chiede un amore esclusivo, alternativo ad ogni altro amore umano. E davanti a quel Dio devi scegliere: o Dio o l’uomo, fine. O Dio o un uomo. È sempre aut aut.

Ricordo il testo terribile di Kierkegaard: “Aut-Aut. Timore e tremore”, quando commenta questo brano della Genesi: devi scegliere. Ma un amore in cui devi scegliere, un amore contrappositivo, è lacerante; che amore mai è se lacera i legami più naturali?
È per questo che il Vecchio Testamento è pieno di verità incompiute, anche questa.
L’amore vero è quello portato da Dio, non quello del Dio di Abramo, quello è incompiuto, è lacerante, è terribile.

Che cosa ha portato Gesù nel mondo?
Dice Paolo: “Dio ha riconciliato tutto a Sè, in Cristo”.
L’amore di Cristo è un amore, invece, che non contrappone ma riconcilia tutto.
Dice Paolo: τὰ δὲ πάντα ἐκ τοῦ θεοῦ τοῦ καταλλάξαντος, tutte le cose – tutte, non resta fuori nulla! – καταλλάξαντος: katà vuol dire cadono giù; allassein vuol dire abbracciare: vien giù, accanto a te, dove sei tu e t’abbraccia, con le braccia aperte. È questo l’amore di Cristo, è un amore inclusivo che non esclude nessuno, nemmeno i nemici. È la differenza tra la preferenza del Dio di Abramo e la preferenza di Gesù.
Il Dio che Abramo incontra in quel momento ha un amore esclusivo, che esclude l’amore umano; la preferenza di Cristo è un amore inclusivo, è un amore che abbraccia. Anzi, non solo, ti comanda di abbracciare. Per amare Dio devi amare perfino i nemici. Ami Dio e non rinunci a niente, non ami veramente Dio se non ami veramente tutto e tutti.
Questa è la novità che Cristo porta nel mondo.
Dice questo Vangelo alla fine che le folle videro e “resero gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini”, o meglio “un tale amore agli uomini”. Le folle che rendono gloria a Dio di questo amore stamattina siamo noi!