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Omelia Don Carlo 4 giugno 2019

Omelia 04 giugno 2019

“È giunta l’ora, glorifica il Figlio Tuo perché il figlio glorifichi Te”.

È l’ora in cui finisce la guerra, fra la gloria di Dio e la gloria dell’uomo che ha massacrato il mondo, che lacera il cuore. L’uomo deve sempre scegliere tra l’uno o l’altro, non può mai permettersi un abbraccio totale. Il fondamentalismo contro il nichilismo… No, è l’ora in cui Ti chiedo: svela la mia bellezza, la mia grandezza davanti a tutti. Perché vedendo la mia, gli uomini vedano la tua. Perché le due glorie coincidono. La gloria di Dio coincide con la gloria dell’uomo, perché Dio si è fatto uomo.
E io sono chiamato ad un unico abbraccio, in cui c’è dentro tutto l’umano e tutto il divino. Se abbraccio fino in fondo Dio e non mi trovo spalancato davanti all’uomo, vuol dire che non abbraccio fino in fondo Dio. E viceversa.
“Avevo fame, avevo sete…” “Quando mai?” “Quando l’avete fatto a quest’uomo o quest’altro, allora avete abbracciato me”.
Non conta da che parte cominci, puoi cominciare dall’umano o puoi cominciare dal divino. Quello che conta è se vai fino in fondo a quell’abbraccio. Abbracci l’uno e sei di fronte all’altro. Se abbracciando un uomo non ti trovi spalancato ad abbracciare Dio, vuol dire che non hai abbracciato fino in fondo. Sei stato superficiale, parziale, tutto contratto, rachitico. E se abbracci Dio, ma non arrivi ad abbracciare l’uomo fino in fondo – l’uomo che sei tu fino in fondo, non ti vuoi bene e non ti stimi, non ti piaci -, vuol dire che sei stato contratto, parziale, astratto. Quello è un Dio astratto.
Il vero nemico della felicità, cioè dell’abbraccio – perché quello che ci fa felici è l’abbraccio – è la superficialità, non è la debolezza morale, è star sempre a metà, fermarsi sempre prima. Le cose fatte a metà, tutte il contrario, un po’ anaffettive, aride, col ditino così, che non dai mai neanche la mano fino in fondo. Non danno gloria a Dio e non danno gloria agli uomini.
Dice uno dei canti più tristi e penosi della Divina Commedia, il terzo dell’Inferno, quello degli ignavi, dice che sono “a Dio spiacenti e a’ nemici sui”. Fan schifo sia a Dio che al diavolo. E si smascherano da che cosa, gli ignavi – mezzi e mezzi, quelli che non van mai fino in fondo a niente -? Da un difetto terribile: l’invidia. Sono avvelenati
e adombrati dall’invidia,
dice che “la lor cieca vita è tanto bassa, che ‘nvidïosi son d’ogne altra sorte”. Hanno un obiettivo così basso, una mira così bassa, che tutto il resto gli sembra ed è più in alto di loro. Quando noi ci ritroviamo, poco o tanto, con dentro il cuore l’amarezza, il veleno, il peso di un sentimento di invidia, è colpa nostra, non è che gli altri ne han di più, è che noi abbiamo puntato al di meno.

Omelia Don Carlo 3 giugno 2019

Omelia 03 giugno 2019

Arriva Paolo: “Avete ricevuto lo Spirito Santo?”
Mai sentito dire che esiste lo Spirito Santo. Son simpatici i primi cristiani, è gente che sta proprio sull’essenziale, va al sodo, si dice in gergo aziendale, al core business, a quel che porta il risultato. Questi ai nuovi cristiani che si convertono non gli fanno i corsi di preparazione, i sacramenti, quelle robe lì. Gli annunciano l’essenziale e chiedono l’essenziale. C’era veramente di tutto lì, era chiaro il punto di fondo: “Adesso parli con chiarezza”.
Cos’è l’essenziale? “Abbiate coraggio: Io, il mondo, l’ho vinto”.
Ecco cos’è l’essenziale della fede: è che è un’esperienza di vittoria. Il cristiano ha il volto di un vincente e di un vincitore perché ha vinto la gara della vita. Non è che ha messo a posto tutta la vita, ha vinto la gara che decide la vita. Tanto è vero che uno dei sinonimi del verbo credere, la parola fede, è il verbo exomologhèo, che è un termine del gergo sportivo, “omologare un risultato sportivo”. Accade un fatto sul campo, il giudice va lì controllare, “È record! omologato!” C’è ancora da fare l’omologazione, devi farti la doccia, ci sono mille cose, ma quando allo sportivo dicono che viene riconosciuto il fatto, omologato il fatto, gli cambia la faccia. L’essenziale c’è già. Avete presente che è finito ieri il giro d’Italia? Quando le squadre van su e ad un certo punto succede un sussulto dentro la squadra perché l’ammiraglio ha comunicato che il capitano è già arrivato prima. “Abbiamo già vinto il giro”. Sono ancora lì che devono fare tanti tornanti, arrancare, sudare, maledire… Però a tutti i gregari gli ha cambiato la faccia, perché l’oro è nostro, abbiam già vinto. Ecco, i cristiani sono gente così, che arranca, che fa fatica, chissà quante cadute ci saranno, ma il capitano della nostra squadra, Gesù risorto, è già asceso al Cielo, abbiamo già vinto, l’oro è già nostro! Dentro tutta la bagarre, cambia la faccia.
Qual è il sintomo psicologico della fede di un cristiano? Che quando pensa al futuro diventa subito di buon umore. Se pensa al passato ha mille dolori, mille questioni; pensa al suo futuro ed è già di buon umore perché sa già che il primo è già arrivato in cima alla montagna, il primo è già arrivato al rifugio, c’è la strada per tutti. Questo è il tono: è un fatto psicologico, ma che rivela la coscienza di sé. È il tono che distingue il cristiano vero dal cristiano tarocco.

Omelia Don Carlo 2 giugno 2019

*omelia 2 giugno 2019*

“Elevato in alto, una nube lo sottrasse ai loro occhi”

È tutto finito dietro quella nube: i tre anni splendidi, pensate al primo incontro che gli prende il cuore, lasciano tutto per Lui, sperano ormai tutto da Lui, ogni giorno sperano di più. Poi la tragedia della croce, tre giorni d’inferno. Poi di nuovo quaranta giorni pieni di incredibili apparizioni del morto risorto. E loro di nuovo, dopo quei quaranta giorni con Lui, sono pronti a sfidare il mondo, tanto che gli dicono proprio in quel momento lì, prima del brano letto, “Ma allora adesso lo facciamo sto regno, andiamo a sfidare Roma?”; poi arriva la nube e dietro quella nube scompare tutto. Questa storia grande sembra cancellata da quella nube.

Ma, dice Luca, – lui non era dei dodici, era un discepolo e giornalista, prendeva appunti su tutto – li guarda in faccia e vede che non era finito niente, perché questi non si mettono a piangere, non vanno a casa a ubriacarsi, non si lamentano di un passato, del passato che non c’è più perché è scomparso, perché l’hanno in faccia il passato. E infatti dice che tornano a Gerusalemme, nel cuore della battaglia, in mezzo all’arena, dove Lui era stato ucciso. Tornano a Gerusalemme con grande gioia, molto più grande di prima, dei tre anni precedenti sommati insieme.
La gioia grande che hanno adesso é grande perché, proprio per quel che è successo, anche se Gesù non c’è più. Perché prima la gioia era partecipata da quella che vedevano in faccia a Gesù, c’era quando c’era Lui, scomparso Lui scompariva la gioia. Adesso Lui è scomparso definitivamente dalla terra, dalla faccia della terra, e la gioia ha la faccia di quei dodici. Adesso ce l’hanno addosso, prima era fragile, era dipendente, era come i parassiti. Nasceva da fuori di loro, erano tutti con il girello – come si dice…i tutori, per quelli che sono tutti azzoppati, no? – non stavano in piedi da soli, non erano protagonisti. Parlavano della gioia, ma era un passato, erano tutti uomini rivolti al passato, era tutto un flashback, era un gran flashback la gioia, quando parlavano del presente e parlavano di sé non c’era; c’era quando parlavano di Lui ma era tristissimo, in un passato, e la perdevano sempre, non la possedevano mai. La vedevano in Lui ma non in sé, era tutto un rimpianto e non comunicavano agli altri, se non una inafferrabile malinconia. Adesso la gioia più grande è che ce l’hanno dentro e senza Gesù; Gesù diventa un diventa un di più, non un di meno, la Sua scomparsa dietro alla nube e per una comparsa più grande, non in un altro, ma in ognuno di loro.
Questo fa la differenza fra il cristiano vero e il cristiano tarocco. Si dicono cristiani in tanti in questo tempo, ma quello tarocco è quello che parla di un passato e parla sempre di qualcun altro, cita sempre qualcun altro; quello vero non parla al passato ma al presente, e sfida il futuro, e non cita nessuno, cita sé stesso, quando cita un altro è per dare ragione a se stesso, non per appoggiarsi a qualcuno…”come diceva, è quello che sto dicendo io”, non “l’ha detto lui”. L’ipse dixit non c’è più, c’era nei discepoli di Aristotele, non nei discepoli di Cristo. Fanno come Gesù, che quando parlava e gli dicevano “Mosé ha detto…quell’altro ha detto…le tradizioni degli antichi padri…Abramo…” e Lui diceva: “si, si, fu detto, ma Io vi dico adesso, adesso sono arrivato io”. Il cristiano è uno che non cita mai un altro per scaricare sull’altro, non cita l’autorità, autorevole è lui…”fu detto ma io vi dico”. E che sia vero te lo dice la mia faccia, non ho bisogno di qualcuno che mi approvi.
Ecco, l’Ascensione, che festeggiamo oggi, non è dietro quella nube l’uscita di Gesù dal mondo, è il contrario: è l’entrata definitiva di Dio nel mondo, nel cuore del mondo. Ed entra nel cuore del mondo entrando nel cuore dei discepoli che Gli dicono questo “si”, che accettano la sfida della Sua Ascensione.
Noi siamo qui oggi perché è accaduto questo, io non sono qui perché ho incontrato dei cristiani che mi citavano Gesù, o come era bello quando c’era Lui, o come sarà bello quando saremo in Paradiso, fuori da questo mondo: ho incontrato degli uomini che non mi parlavano di Gesù, ci ho messo un po’ di tempo a capire che erano cristiani quando li ho incontrati in fondo alla Calabria, non l’ho capito subito, e forse non ci sarei stato con loro se mi avessero detto che erano cristiani, perché ne conoscevo troppi di tarocchi; è che ce l’avevano in faccia, non dicevano “l’ha detto Gesù”, ma “io ti dico questo, guarda e dimmi se non è vero”. Ecco questa è la grande gioia che gli videro in faccia quando dal monte andarono giù a Gerusalemme. Questa è l’unica grande gioia che è piena di sfida, almeno, che è stata capace di sfidare me.

Omelia Don Carlo 31 maggio 2019

omelia 31 maggio 2019

“Beata Colei che ha creduto”.

Agli occhi di Elisabetta la fede è un’esperienza umana che rende beati. Gliela vede in faccia a quella ragazzina.

A me interessa solo questa fede che è la sfida che questa fede di Maria ed Elisabetta lancia alla mia vita perchè, ogni giorno, questa fede mi chiede:
“Ma che felicità vuoi per te?”.

Non c’è niente al mondo che mi abbia tenuto sveglio più di questa fede!

Perché Elisabetta grida questo? “Beata te che hai creduto?”. Che cosa vede in quella ragazzina? Che cosa è accaduto a Maria?

Lo dice Lei stessa: “Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente”.

Le grandi cose sono il compito che, da quel momento, vede per la Sua vita: offrire la Sua carne, tutto della sua umanità, per quel compito. Niente le prospetta una grandezza come questa: offrire la Sua umanità perché il Mistero infinito possa diventare compagno degli uomini, possa mostrare, ad ogni uomo, la possibilità di realizzare se stesso, perchè un uomo possa
dire, stupito: “Ma io ho lo stesso compito di Maria, la mia vita non è vana!
Nessun uomo, da quel momento, è “maledetto”. Perché la carne di ogni uomo, comunque sia, può ospitare il Mistero, come Lo ospita Maria.

Non esiste più l’uomo maledetto, l’uomo fallito, quel “sì” ogni uomo lo può dire, anche il più umanamente devastato.

Noi siamo stati scelti per conoscere questa grandezza che da quel giorno quelle due donne sentono quando si abbracciano, si fanno compagnia nei
giorni e nei mesi di quelle due misteriose gravidanze.

Sperimentano la grandezza della loro vita. Una era sterile e l’altra era vergine e portano addosso i due più grandi Profeti del mondo che hanno risvegliato la speranza del popolo ebraico e poi del mondo intero. Ecco noi
siamo qui esattamente perché ci sono accadute quelle grandi cose accadute a loro due. Altrimenti non ci saremmo o comunque non ci sarei io.

Non sarebbe ragionevole che io fossi qui se non per la stessa grandezza.
Perché la fede cristiana non sarebbe una fede che rende beati, non sarebbe, comunque, la mia fede.

Omelia Don Carlo 30 maggio 2019

Omelia 30 maggio 2019

“Tutte le generazioni mi diranno beata”

Fra 2000 anni, il 30 maggio del 2019, ci saranno delle persone che mi diranno ancora beata, fortunate per quello che è successo. Noi questa mattina adempiamo, realizziamo l’intuizione profetica di quella ragazza adolescente. Come faceva ad essere certa che dopo duemila anni una generazione l’avrebbe ancora detta beata?
Perché era certa che quello che viveva era l’eterno, dentro la sua carne. Sapeva chi era. Sapeva per cosa la sua carne e il suo cuore erano fatti. Le è accaduto di ospitare l’eterno e ha sentito che era vero. Che il vero era presente. Le è accaduto di ospitare l’eterno e ha sentito che era vero e il vero è per sempre.
Era certa che fino alla fine del mondo quello che è accaduto nelle sue viscere permaneva nel mondo e rendeva beate tutte le generazioni che l’avessero conosciuto, accolto, deciso di dedicargli la vita come aveva fatto lei da quel momento.
Che cosa le era accaduto? Che il divino, che tutti gli uomini religiosi cercano, per cui è fatto il cuore di ogni uomo, era entrato nel mondo nel modo sconvolgente ed elementare con cui ci entra ogni altro uomo: attraverso la carne, le viscere di una donna. Tutti noi ci entriamo così nel mondo. Il divino ci entra nello stesso modo. La carne di una donna – allora la donna era come uno schiavo, non valeva niente – è sacra perché il divino la sceglie. Non c’è più niente di profano, di impuro, di banale. Sono sacre le viscere di una donna, tutto è sacro nell’universo. Questo è il metodo con cui Dio entra nel mondo. La mia fragilità, la mia precarietà, com’è precaria la carne che fiorisce e poi si disfa, un malato, un anziano lo sentono bene. Bene, la carne è sacra non perché dura in eterno ma perché ospita Colui che dura per sempre. Da quell’istante è sua, è la sua faccia nel mondo, non può finire in un sepolcro la nostra carne perché è la faccia di Dio. Dio si fa vedere, si fa sentire toccare, abbracciare, amare attraverso la precarietà della mia povera carne.
E questo scatena – terzo aspetto – in quella ragazza il sentimento di entusiasmo “magnificat” l’anima mia magnifica, l’anima mia è una cosa magnifica, la mia vita è una cosa magnifica. Io sono magnifica dentro il mondo. Sono entusiasta di me, non perché io sono brava, capace e forte ma perché io sono dimora Sua, perché la mia carne da questo istante è la sua carne e carne della mia carne, ossa delle mie ossa. Dice Adamo abbracciando Eva la prima volta. Lo dice Dio quando sceglie di essere partorito e animato dalla carne di quella donna.
Questa è la ragione dell’entusiasmo cristiano: che io sia bravo o non bravo, forte o fragile, precario o tosto non cambia nulla. Quello che cambia è il criterio con cui mi vanto, anzi è la mia fragilità, la mia penetrabilità, il mio cedimento sono più spazio fatto a Dio dirà San Paolo: ὅταν γὰρ ἀσθενῶ, τότε δυνατός εἰμι, “Più mi sento niente e più sono spazio per Lui”.
Il tono del nostro umore dipende fondamentalmente dal criterio con cui noi ci valutiamo, con cui valutiamo la nostra carne: o è dimora di Dio o non è dimora di Dio. Questo fa la differenza. Il resto va tutto bene, ma comunque non vale ad interferire su questo livello.