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Omelia Don Carlo 8 aprile 2019

Omelia 8 aprile 2019

“Se dai testimonianza di te stesso, la tua esperienza non è vera”.

Questa è la debolezza dei farisei: che non sono sicuri di se stessi, han sempre bisogno di qualcun altro che garantisca per loro e si appellano alla legge, la Scrittura, Mosè, i profeti, il sabato, il Sinedrio…
Sono alienati, non dicono mai “io” con gusto e con libertà. Citano, citano, citano; si parano sempre dietro qualcun altro e poi lo devono difendere accanitamente, a testa bassa, perché han paura che se scompare quell’altro, loro non sono niente.
La loro sicurezza è in un altro.

Perché Gesù è così libero?
Dice, letteralmente: “La mia testimonianza [la mia esperienza] è vera perché io so da dove vengo e dove vado”.
Quando i dubbi ci paralizzano o la paura ci logora è perché noi non sappiamo da dove veniamo e dove andiamo: non abbiamo la coscienza della nostra origine e del nostro destino.
Gesù, invece, ha coscienza e nella coscienza di Gesù origine e scopo – destino – coincidono. Lui viene dal Padre e non da un caso assurdo e vive tutto teso correndo verso l’incontro definitivo col Padre che Lo attende a braccia aperte. Questa è la forza di Gesù e con questa Lui sfida i farisei: “Seguitemi, avrete la mia stessa coscienza”. E, per un istante, si spalancano. È invidiabile aver la faccia Sua.
Infatti, chiesero i farisei: “Ma dov’è tuo padre?”; quello che noi Gli chiediamo: “Dov’è tuo padre?”
E dove sarà mai? Dove sarà nostro padre? È dove io divento certo, divento libero come Gesù; dove non mi serve più nessuno che garantisca di me, dove dico “io” con gusto, con l’audacia di Gesù, che quando Lo attaccavano – citando, appunto, la legge, i profeti, il Sinedrio -, ribatteva di schianto: “E allora fu detto… ma Io vi dico”.
Questa è la libertà cristiana!

Omelia Don Carlo 7 aprile 2019

Omelia 7 aprile 2019

“Ecco Io faccio una cosa nuova”

Annuncia Isaia. Dio è Uno che fa, non Uno che dice di fare. La fede ebraica non è una morale, qualcosa che io devo fare, ma è conoscere qualcosa che fa Dio che io devo capire.
Perché il mio primo bisogno – un bambino lo sa bene – è il bisogno della verità: ma cos’è questo? Come si chiama? Perché? Il bambino ti tempesta, è assetato di verità. E Gesù dice che se non tornate così assetati come i bambini voi non crescete. Il bambino cresce finché conosce. Quando pensa di saper già, è fermo, non cresce più. Ricordo la tristezza che mi prese in uno dei primi periodi che ero a san Giovanni in Persiceto nel ’78: mi buttai nella mischia e andai a un concerto rock, là in un prato fuori, nella periferia del paese, per entrare dentro la mischia di tutti questi giovani che erano lì. C’era di tutto. E la cosa che mi ha intristito è che la canzone ricorrente, il leit motiv, di questo festival era “I don’t care, I don’t care”. Questo ritornello ossessivo: “Me ne sbatte, me ne sbatte, me ne sbatte”, “Non mi interessa, non mi interessa, non mi interessa”. E faceva l’elenco delle mille cose che ci sono nel mondo, e io: ma come? A me interessa tutto. Ma possibile che a 18-20 anni, l’ideale sia “non m’importa” “I don’t care”? Triste perché a me si spalancava il mondo e questi qui se lo chiudevano in faccia. Ma così uno non cresce più.

“Proprio ora germoglia [Ribatte Isaia] non ve ne accorgete?”

Perché se non capite ciò che accade, che sta germogliando, voi non cambiate, siete come gli altri. Non portate più niente di nuovo nel mondo. Perché la novità non viene da quello che avete fatto voi – che già sapete – o da quel che sentite, ma la novità accade davanti a voi, la fa il Mistero, ogni istante. È tutto nuovo. Mi viene in mente Pasolini quando parla dell’angoscia, dice: “solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’aver amato, non l’aver conosciuto, dà angoscia vivere di un consumato amore”. Che tristezza il consumato amore, è quello che dà l’angoscia. Quando hai consumato tutto non conosci più niente.
Quando abbiamo l’angoscia è per questo, dice “l’anima non cresce più”. Quando non ci sentiamo più crescere, non c’è più novità è, appunto, per il consumato amore: abbiam consumato tutto e non siamo più interessati a niente, non cresciam più. Invece il mondo cambia se… Io cambio il mondo se ogni istante accade a me la novità. Come Paolo. Perché Paolo è diventato così grande? Mica era più bravo di quegli altri, mica perché la sapeva più lunga. Non è il carattere, non è niente. Paolo, lo dice lui in questa lettera ai Filippesi, è grande per quello che gli accade e che lui accoglie in quell’istante. Il fatto imprevisto a Damasco. Dice: quando l’ho visto Cristo, dice proprio letteralmente ὀπίσω ἐπιλανθανόμενος ἔμπροσθεν ἐπεκτεινόμενος, “dimentico del so-già, proteso a ciò che è lì davanti a me”. Sapeva già tante cose, era il più bravo dei farisei, ma si protende a quello che gli sta accadendo e capisce che lì c’è la novità del suo passato. Lui non difende il suo passato, sa che è il futuro che salverà il passato. È come…avete presente quando in una tabella excel butti dentro un dato nuovo nel Z-A o A-Z, e ti cambia la somma, ti cambia tutto?! Il dato nuovo rivoluziona tutto. Ecco, la vita nostra si rivoluziona per un solo dato nuovo, cambia la somma, cambia la Σ.

È un brutto segno quando l’uomo teme il nuovo, teme il futuro, quando si mette in difesa, perché se il tuo passato non è capace di abbracciare il fatto che ti viene incontro, quel passato non è vero. È il futuro che rende vero il passato, che dimostra che il passato è vero.
Paolo è tutto lì teso, spalancato. È vero che quello che ha davanti compie il suo passato, lo abbraccia. E un uomo così, è cambiato lui, e cambia quelli che lo incontrano, perché ogni volta che uno incontra Paolo si deve schierare: o entusiasta-pro, o nemico-contro. Un uomo che cambia costringe a schierarsi, a riposizionarsi quelli che ha davanti.
Che tristezza – non ve la fanno a voi?! – i politici che qualunque cosa o fatto nuovo accade, glielo sbatton in faccia i giornalisti e che fanno loro? Ripetono continuamente la loro linea, che è quello che hanno promesso ai loro elettori. Ma andate a quel paese! La realtà non li cambia più, è motivo solo per ribattere, per essere coerenti con i loro programmi. Ma l’ideale cristiano non è mica la coerenza, è l’incoerenza! È lasciarsi rinnovare da quello che accade. Un uomo che è coerente è finito, è già morto l’uomo coerente, perché non aspetta più niente.

Come davanti a Gesù, davanti all’adultera: c’è il suo peccato, c’è il perdono di Cristo e questi cosa fanno? Rifiutano di vedere il miracolo e dice che se ne vanno, “uno per uno a cominciare dai più anziani”. Appunto, anche i vecchi sono già anziani, e non cambia più. Per rifiutare di rinnovarsi, vanno via.

Se ne andrà anche la donna, ma diversa da come è stata trascinata lì. Va, le dice Gesù, ma per non peccare più.: è arrivata distrutta, va e può essere una donna nuova.

Il cristianesimo non accade fuori dalla realtà. Non è la fede in un Dio che è fuori, è in un Dio che ti viene incontro rinnovando la realtà. Perciò è per tutti. Non c’è neanche bisogno di essere religiosi e di chiamarlo Dio. Bisogna solo guardare e accettare di conoscere e di ospitare quello che ti sta accadendo. È lì che accade Dio.

Omelia Don Carlo 5 aprile 2019

Omelia 5 aprile 2019

“Cercavano di arrestarlo, ma nessuno gli mise le mani addosso, perché non era giusta la sua ora”

Perché il Destino si compie nella Sua ora, l’ora in cui Dio Lo chiama e in quell’ora Lui Gli risponde. Questa è la fede di Gesù, la fede cristiana, è legata a un’ora, a un istante, è legata al tempo, non allo spazio. Non è una religione naturale, di chi riflette sulla natura e si immagina il Creatore della natura, no! È una fede storica. È qualcosa che accade in un istante di tempo, lo spazio non c’entra nulla, è solo un contenitore, può accadere dovunque; a me è accaduto in Italia, anzi, in Calabria, mi ricordo il giorno, mi ricordo l’ora. Come i primi due, Andrea e Giovanni: non è descritto il luogo, ma il giorno e l’ora, che era l’ora decima; in quel momento si giocarono tutto, domandarono “dove abiti?”, gli fu detto “venite e vedete”, vanno, vedono e vedono perché sono pronti ad andare in quel momento, che era unico, poteva non ripetersi più. Le prime virtù cristiane non sono virtù morali, sono virtù psicologiche: c’erano anche degli immorali, dei criminali dietro Gesù che si convertirono; ma erano l’attenzione e la disponibilità, la prontezza a rispondere. È questo che realizza l’esperienza cristiana: rispondere quando sei chiamato, perché lì tu incontri Dio.

Che cosa cambia questo? Che frutto porta questo, questa fede nella vita? Dice il Salmo 33:

“Il Signore li libera da tutte le loro angosce”

Se tu in quell’istante riconosci Dio che ti chiama e Gli dici “sì”, in quell’istante avrai i mille problemi dell’istante prima ma l’angoscia non c’è mai più, la disperazione non c’è più – l’angoscia, l’angustia è il vicolo cielo, la strettoia dove non hai scampo – no! Da quando riconosci Dio lì e Gli dici di “sì” in quell’istante è sfondato il muro del carcere, irrompe dentro il carcere del tempo e dello spazio l’Eterno, dilaga e non c’è più il vicolo cieco, c’è sempre, sempre la via d’uscita, si dice l’exit strategy, l’alternativa. San Francesco capisce questo, lui che si era sentito a vent’anni imprigionato da mille cose e le buttò via, a quarantaquattro dice: ho capito che con tutte le creature io posso arrivare a Te, sono diventate tutte trasparenti, una finestra che mi spalanca su di Te, come nel web quando trovate l’ipertesto – quello sottolineato – con il ditino cliccate e si apre sempre una finestra nuova, una finestra nuova. Tutte le cose sono connesse, un possibile spalancamento con il Mistero, non ce n’è più una che sia per te vicolo cieco.

Omelia Don Carlo 4 aprile 2019

Omelia 4 aprile 2019

“Si sono fatti un vitello di metallo fuso” cioè un idolo, un Dio fatto da loro. La loro misura, meschino come loro, perché questo popolo non mi sopporta, sono troppo grande per loro. Io gli chiedo di cambiare, di spaccare la loro misura naturale delle cose. Io sono il Mistero infinito da cui tutto dipende, ma questo é troppo per loro, a loro non interessa conoscere la realtà intera, il tutto; questo popolo vuole il comodo, non il vero, vogliono stare bene senza drammi. Cosa cambia adorare il Mistero, voler conoscere e abbracciare il tutto, oppure fissarsi su un idolo? Da cosa lo capisci? Dove sta la differenza nell’esperienza umana? Questo linguaggio antropomorfico del Pentateuco dice: “La mia ira si accenda contro di loro e li divori.” Immagina, evidentemente, che Dio si adira e si accende e vuol divorare, perché come esperienza umana è così, il sintomo che tu adori un idolo, che non cerchi più il Mistero, la totalità della realtà confusa, drammatica, sgomentante, è che tu sperimenti l’ira di Dio contro di te… Che poi non è l’ira di Dio, è l’ira di tutto contro di te, senti che tutto è contro di te, dai la colpa a Dio perché hai un’idea piccola, ma non è Dio che è ha adirato con te, tanto che si difende subito, davanti a Mosè che Lo provoca, dice che “Dio si pentì subito del male minacciato e non lo fece” perché Dio è misericordia, è amore, perdono sempre, e non giudica e non punisce nessuno. Chi ti giudica non è mai Dio. Ti ha fatto libero e dice fai quello che vuoi della tua vita non ti giudicherò mai, ti ho dato apposta la libertà perché giudichi tu. È il tuo stesso cuore invece che ti giudica perché il cuore sa per cosa è fatto, il cuore sa distinguere benissimo l’idolo dal Dio vero, il cuore sa cosa gli corrisponde e sa benissimo – lo vede! – che l’idolo tradisce. Il cuore si rende conto che la punizione – quante volte lo sperimenta ! – la pena non viene mai dall’esterno, ma da dentro. È la realtà, il cuore che ti giudica, e la realtà che ti punisce. La realtà ti chiede sempre il conto, ha le sue leggi, se non le rispetti la paghi, ti chiede un conto anche salato. Com’è realista, com’è liberante la sfida della fede ebraica e cristiana che non ti impone nulla, non ti chiede ubbidienza, ma ti chiede esperienza. Ti vuole protagonista della tua felicità: tu dentro la realtà. É l’unica fede che, per mia esperienza, sento che mi fa respirare.

Omelia Don Carlo 3 aprile 2019

omelia 03 aprile 2019

“Ti ho formato come alleanza del popolo” dice Dio per bocca di Isaia, al servo di Javhè, all’uomo, al popolo che è chiamato a servire il Suo progetto sul mondo. “Ti ho formato come alleanza”, cioè la forma della tua vita, la forma della tua faccia è di essere alleanza del popolo.

La parola, infelice, la parola Berìth (בְרִ֣ית) viene tradotta alternativamente o “alleanza” o “testamento”, nuovo testamento, vecchio testamento. Sono due parole aride, fuorvianti, non hanno nessun fascino umano. “L’alleanza” è proprio militar politica. “Il testamento” è il volere di un morto: auguri!

Invece Berìth (בְרִ֣ית) vuol dire innanzitutto “eredità”, la ricchezza – la ricchezza per cui tuo padre ha vissuto, ha costruito nella sua vita – te la dona gratis ed è una promessa per la tua felicità, perché la tua vita sia più bella: se ti dà una grande eredità, la tua vita è 100 volte più bella. Esattamente Cristo, quando promette il centuplo a chi lo segue, pensa a questo! Secondo, Berìth (בְרִ֣ית) vuol dire anche “promessa di matrimonio”: “Mi vuoi sposare?”
Mi impegno a dare la vita per te, è il fidanzamento ufficiale!
È una dichiarazione d’amore il Berìth (בְרִ֣ית), non è un atto politico, è uno che ti dà tutto gratis e non ti impone nulla, desidera solo il tuo “sì” libero! Percepire questo cambia, cambia lo sguardo, cambia il cuore, altro che il testamento, l’alleanza. Lo intuisce potentemente il salmista, salmo 144. Dice, pensate: “La Sua tenerezza si spande su tutte le creature”.