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Omelia Don Carlo 2 aprile 2019
Omelia 02 aprile
“Lo perseguitano perché trasgredisce il sabato”
Perché gli sta tanto a cuore il sabato? Il sabato è intoccabile. Perché mai arrivano a perseguitare Gesù perché lo trasgredisce? Il sabato è la memoria della festa che Dio decide il sesto giorno della creazione quando ha creato il mondo e vide che ogni cosa era buona e dice “è tutto bene”. È tutto bene. Tutto questo bene viene da me, tutto questo bene è solo questo bene, non c’è ombra di male. Non c’è cattiveria, non c’è dolore, non c’è ferita, non c’è pianto nella realtà così come io la faccio. Se ci sarà del male, non dipenderà da me. Il sabato è la festa della positività di tutta la realtà. Nel limpido giudizio che da Dio viene solo il bene. Che se nel mondo c’è tanto male, viene da un’altra parte. Questo per la fede ebraica è intoccabile. Indiscutibile. Per questo il sabato è ancora così sacro. Non spingono neanche l’interruttore della luce o dell’ascensore nelle case ebraiche dei praticanti, per rispettare il sabato. Perché non possono accettare che si attribuisca a Dio l’origine del male. Gli ebrei sono i primi che hanno dichiarato guerra senza quartiere al fatalismo. Tutte le religioni e le concezioni pagane, non ebraiche, dicono che tutto viene da Dio: sia il bene che il male. Gli ebrei, no! Da Dio viene solo il bene. Il male ha un’altra origine. Abbiamo la vita intera per scoprire da dove viene il male, ma nessuno può dire che viene da Dio. E hanno maturato questa certezza nell’esperienza della deportazione, quando hanno passato tutto il male possibile ma si sono sempre rifiutati di attribuirli a Dio. Gli dicevano così: siete così perché Dio vi punisce, perché Dio vi manda queste disgrazie. No, no, no!
Mi viene sempre una tristezza sconfinata, uno sgomento, a sentire che ancora dopo duemila anni di cristianesimo, tra gente che pure pratica la fede, di fatto resta un fatalismo terribile. Quante volte sento dire “Dio mi ha mandato questa disgrazia”, “Se Dio questo, se Dio questa”, “Vien da Dio”, “Offro”. Ma é terribile questo fatalismo, mi angoscia sentire dei cristiani che pensano che Dio mandi il dolore, che Dio mandi il male. È per questo, per difendere questa idea, questa certezza, che gli ebrei arrivano a perseguitare chi attribuisce a Dio il male. Chi mette un’ombra sulla bontà della realtà nella sua origine. Per questo difendono il sabato, anche se il sabato non potrà dare la risposta.
La risposta definitiva sulla domanda della positività della realtà, che da Dio viene solo il bene e non il male, che il male viene da un’altra parte, e che quell’altra parte sarà sconfitta, la domanda è posta dal sabato, ma la risposta non verrà dal sabato. Verrà dal giorno dopo, da quella domenica mattina quando a tre persone è stato dato di vedere, davanti a Gesù risorto, la risposta definitiva, il fatto storico che fa chiarezza. Che dimostra che il male non vince. Nel corpo e nell’abbraccio di Maddalena a Gesù risorto, c’è l’evidenza, che non è stata data agli ebrei, ma a chi ha avuto la grazia di poter riconoscere Gesù risorto. Chi dimentica quella domenica mattina, prima o poi, ricade nel dubbio terribile cupo del fatalismo, che pensa che il male, il dolore, ogni male ci è mandato da Dio.
Omelia Don Carlo 1 aprile 2019
Omelia 01 aprile
“Ecco, io creo nuovi cieli e nuova terra”.
Ogni rivoluzionario ti promette un mondo nuovo. Ricordo bene nel ‘68 la sfida che rappresentò per me il progetto marxista. Anzi, te lo impone violentemente e comincia a distruggere il vecchio. Ricordo quando cominciarono gli attentati delle Brigate Rosse.
Gesù, invece, non impone nulla, non distrugge il vecchio mondo, ti dà le ragioni per interessarti al nuovo. E Gli devi dire se ti interessa. Bellissimo: “Creo Gerusalemme per la gioia”.
A te interessa la gioia? Che gioia vuoi per te? Il mondo vecchio ti basta?
Guardalo, prendilo sul serio, spremilo tutto, chiedigli tutta la gioia che vuoi, paragona tutto con la proposta che ti faccio. L’incontro con Cristo mi ha reso interessante tutto quel che avevo. Non c’era più nulla che io non dovessi guardare, spremere, per vedere se era all’altezza della sfida di Cristo che non mi dava tregua. Dovevo decidere sempre ad ogni istante, ogni istante è diventato un dramma, non era più ovvio e automatico. Mi dovevo chiedere il perché di tutto, che gioia mi dava tutto questo. Perché Cristo, quando Lo incontri, ti cambia la vita. Che tu Lo senta o meno, te la cambia comunque. Per il fatto che Lo incontri devi cambiar vita, devi prendere sul serio tutto. Ma non serio con Lui, serio con te stesso, perché ti smaschera come sei fatto dentro, ti mostra per cosa sei fatto. E pretende che tu sei fatto per Lui e tu devi decidere ogni istante: o segui Lui oppure sei condannato per tutta la vita a cercare un’alternativa a Lui. Per meno di Lui non te la cavi. La partita non è più pro o contro Cristo – questo è stupido -, è pro o contro di me. Io devo decidere ogni istante quanta gioia voglio per me. L’incontro con Cristo non fa bene solo a chi Lo segue; fa bene a chi Lo incontra, perché ti costringe, non a seguire Lui, ma seguire te.
Ti costringe a dire: ma io chi sono? Che cosa voglio? Mi voglio veramente bene? Che bene voglio per me?
Lì ho capito che testimoniare Cristo era il dono più grande che io potessi fare al mondo, a ogni uomo che incontro, gli fa bene comunque perché fa saltar su il suo io.
Omelia Don Carlo 31 marzo 2019
Omelia 31 marzo 2019
“Se uno è in Cristo è una creatura nuova”.
Grida Paolo in faccia a tutti i moralisti dell’epoca e agli intellettuali dell’epoca, che riducevano la fede ad una dottrina, un pensiero che non c’entra niente con la vita o ad una morale, delle regole che ingessano la vita. No!
Per Paolo la fede annuncia una nuova creatura in mezzo alle creature vecchie, un nuovo essere. Nel mondo, per Paolo, è accaduto un nuovo Big Bang, tredici miliardi e seicento milioni di anni fa ci fu il primo Big Bang, con Cristo risorto c’è il secondo Big Bang.
Irrompe dentro il mondo una vita nuova, dentro una vita naturale, una vita sopranaturale, una vita che non c’era prima, c’è un nuovo livello dell’essere.Prima c’era la pietra, la pianta, l’animale, l’uomo, adesso c’è la pietra, la pianta, l’animale, l’uomo ed il Cristiano: l’uomo in cui irrompe dentro la Vita Nuova di Cristo Risorto.
Cosa cambia?
Le cose vecchie sono passate – dice Paolo – ma quelle che accadono adesso non passano, inizia dentro il tempo una vita che a differenza della prima non finisce con il tempo; la vita naturale nasce e poi finisce. Abbiamo gridato all’inizio della Quaresima: “Ricordati che sei polvere e in polvere ci ritorni”.
Adesso inizia una vita dentro la polvere ma che non torna in polvere, la chiameranno a partire da Giovanni ζωὴν αἰώνιον, Vita eterna!
Aeterna in latino, in greco si dice αἰώνιον ; αἰών vuol dire l’età, l’età della vita. Sono cinque le età della vita naturale: infanzia, adolescenza, giovinezza, vita adulta e matura e vecchiaia, anzianità e vecchiaia. E una sostituisce l’altra, il bambino diventa adolescente, non c’è più il bambino e diventa giovane non c’è più l’adolescente ecc… Arriva alla fine, le ha finite tutte, quando è arrivato alla quinta e davanti c’ha la morte.
Bene: nel Cristiano irrompe una vita nuova, eterna, vuol dire che supera le età della vita, non è distrutta dalla nuova età, per cui l’adolescente non perde ma conserva il sorriso, la curiosità spontanea invadente del bambino. Il giovane conserva la prorompente vitalità dell’adolescente, mentre raggiunge la tensione ideale del giovane, l’adulto raggiunge la capacità generativa e costruttiva e l’anziano raggiunge la saggezza perché ha visto già tutto, sa cos’è secondario, si concentra sull’essenziale ed è il più entusiasta, ma non ha perso il bambino, l’adolescente, le conserva tutte, non ha perso la vita vivendola. In quella naturale si perde, una cancella l’altra, la resetta.
Invece, qui, no! C’è l’ upgrade si direbbe: si aggiunge una fase nuova conservando quella precedente. È per questo che uno assapora in questa vita nuova l’eterno, qualcosa che il tempo non la vince più, ma che è quella che vince il tempo. Arriva la fine e tutta la vita gli dice: “ma guarda, guarda che questo non finisce. Nemmeno la morte la distruggerà”.
E quale è l’esperienza, o meglio da dove si capisce l’esperienza che questa scoperta e questo brivido di un anziano che si trova addosso la freschezza del bambino, dell’adolescente, del giovane? Dice – bellissimo – questo salmo 33: uno queste cose le può dire solo se le vede o in qualcun altro o in sé. Sennò non le riesce a dire, perché sono contro natura. Io penso ai miei poveri parenti atei che hanno visto questa cosa in mia madre che ha cominciato a rinascere a 68 anni ed è morta a 93 con la freschezza e lo slancio di un bambino e l’energia di un giovane. E non capiscono. Dice: “non saranno confusi i vostri volti, sarete raggianti”. Raggiante è la sposa, lo sposo. Raggiante è il cristiano, dice Paolo, cosciente di quello che gli è successo. Ogni giorno il cristiano cosciente, se è cosciente, e perché per chi non pensa diminuiscono i problemi ma anche lo spessore della vita umana. Un cristiano cosciente è come uno nel giorno del matrimonio. Bene, a quello che ho appena detto oggi non ci crede nessuno. E i primi a non crederci sono i cristiani. Guardate in faccia la maggior parte non hanno la faccia raggiante. Non sono coscienti di questo nuovo livello di vita. Della vita eterna che portano addosso. Non è che gli manca la fede o la morale. È buona gente, ci credono, ma non sanno in che cosa stanno credendo. Non sono dei criminali, come gli altri. Ma non hanno il volto raggiante, i volti sono confusi.
Che cos’è che forma la coscienza e la risveglia continuamente? La mia faccia, la tua faccia ce lo dicono. Quando accade. E ce lo dicono anche quando non ci accade.
Omelia Don Carlo 29 marzo 2019
Omelia 29 marzo 2019
“Qual è il primo di tutti i comandamenti?”
Questo scriba ha un problema: ha troppi comandamenti, sono più di seicento e si perde, non sa qual è il primo, quello che urge di più.
ἐντολή (entolè), comandamento, vuol dire l’urgenza, l’esigenza fondamentale. Quella cosa per cui fare tutte le altre e lui non ce l’ha più chiaro, perché la vita è fatta di mille cose, anche belle, ma non è che sono tutte uguali, ce ne vuole una per cui fare tutte le altre. Se no ti perdi, ti disperdi, come dice a Betània, quella sera, Gesù a Marta:
“Tu ti agiti, ti affanni per troppe”.
Paolo: unum necessarium .
L’essenziale è uno e tu hai perso quello. “Vedi invece Maria? Ha colto il punto, ha afferrato quella cosa che non le sarà tolta, Maria ama l’eterno”.
Vedi, è bellissimo uno che ha individuato l’eterno e vive per quello, quello lì può abbracciare tutto.
“Allora qual è – ribatte sto Scriba – il primo, l’entolè , la prima urgenza della vita?”
E lo capisce anche lui, gli dirà Gesù: “Non sei mica lontano”. È che il Signore nostro Dio è l’unico Signore, ehad , l’Unico, il Signore della vita, non solo, quello che la fa.
Non è che lo decidi tu chi è il Signore, tu non decidi a chi appartieni, appartenere ti è dato, tu sei Chi ti fa: tu puoi solo decidere se amarLo o odiarLo. Se Lo ami sei in pace con Lui, con te e con tutto. Se invece sei in guerra con Chi ti fa, tu sei in guerra con tutto, ce l’hai anche dentro.
Solo che per amarlo sto Signore lo devi vedere perché nessuno ama l’ignoto.
E gli dice Gesù: “Ma tu dove lo vedi? Quali sono i segni che te lo svelano? Perché stamattina sei qui da me e non a studiare i tuoi libri e ad argomentare i tuoi precetti?”
Se me lo avessero chiesto anni fa avrei saputo elencare i segni e i luoghi dove lo vedevo, perché erano pochi; adesso mi viene da dire, come Francesco: “Con tutte le creature io Lo posso lodare”, perché tutte poco o tanto me lo svelano. Quindi sono bello entusiasta del percorso che mi ha spalancato così, sono sempre a casa.
Omelia Don Carlo 28 marzo 2019
Omelia 28 marzo 2019
“Camminate sulla strada che vi prescriverò perché siate felici”.
Lo scopo di questo cammino, e la sfida di Mosè, è la vostra felicità. Ogni passo di questo cammino è perché siate più felici. Io non vi chiedo una fede cieca, ma una verifica continua del cammino, dello scopo. Siete amici fra voi se vi incalzate, ad ogni passo, con questa domanda sullo scopo. Ma sei felice di fare questa strada? E gli Ebrei accettano la sfida di Mosè e nessun passo di quel cammino di quei 40 anni sarà ovvio e scontato, meccanico. Dice infatti, ancora, il Deuteronomio: “Invece di rivolgersi a me, mi hanno voltato le spalle.” Quando avevano l’impressione di non essere più felici, si ribellavano. Mancava acqua, mancava la carne…si lamentano, sentono Dio troppo lontano, troppo astratto, là sul monte, si inventano il vitello d’oro, si fanno un idolo, un Dio vicino. Gli ebrei, o gli schiavi che dovevano diventare liberi, se la prendono proprio tutta la libertà; accettano la sfida di Jahvè, attraverso Mosè, perché li vuole liberi e la libertà non è alla fine, è dentro ogni passo. E Gesù, che è un ebreo autentico, non toglie ai suoi discepoli la libertà, anzi rilancia! L’ultima frase di questo Vangelo “Chi non raccoglie con me, disperde”. Volete seminare e provare a raccogliere senza di me? Liberi ragazzi, provateci e vedrete cosa raccogliete o cosa disperdete.
Pensate alla sfida potente nella parabola del Figliol Prodigo: “vuoi l’eredità, questo è l’assegno, vai e poi ci rivediamo!”. Cristo ci sfida con questa fede totalmente libera, rischiosissima, perché a Lui dà gusto solo un amore totalmente libero, perché è come noi. Chi dentro questo mondo stima così la mia e la tua libertà? Chi ti dice è bene ciò che è bello, è vero ciò che ti fa felice? Tutti dicono che c’è una legge che te lo deve dire. Gesù ti dice che il tuo cuore sa distinguere, prima o poi – meglio prima che poi – il Dio vero dal vitello d’oro.
Il tuo cuore capisce se la tua fede ti illumina, ti rende più chiaro tutto o ti confonde, taglia via dei pezzi della vita; ti dice se questo cammino nel deserto ti rende più intenso, più entusiasta o se ti spegne, ti rende appesantito e ricattato da tutto. È bello poter partire ogni mattina, ripartire per la giornata, con questo brivido dentro il cuore.