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Omelia Don Carlo 27 marzo 2019
*omelia 27 marzo 2019*
“Questa grande nazione è il solo popolo saggio ed intelligente”
Alla faccia della presunzione del popolo eletto! Lo dice Mosè, quando ormai sta per abbandonarlo dove morirà, sul monte Nebo, guarda il popolo e dice a Giosuè questo. Perché si sentono i più intelligenti quegli 800.000 uomini che erano schiavi? Perché la fede ebraica che hanno imparato a vivere dietro a Mosè nel deserto è conoscenza di fatti, nasce da esperienze che hanno fatto che li hanno resi certi, con quel tono perentorio e un po’ presuntuoso. Non hanno potere su niente, ne avranno sempre poco, non hanno potere, ma hanno il capire. Non possono nulla nel mondo, ma loro capiscono tutto, cioè hanno il potere che li fa liberi e temibili. Perché tutti temeranno sempre gli Ebrei? Perché li invidiano!
Come la loro fede è diventata così certa, così perentoria? Continua Mosè a Giosuè: “Guardati dal dimenticare ciò che i tuoi occhi hanno visto”. La forza della vostra fede, caro Giosuè, è fare memoria dell’origine, dei fatti, delle esperienze da cui è nata questa fede. Quante volte fate memoria, “questo giorno sarà per voi” – dice in ebraico _Zikkaròn (לְזִכָּר֔וֹן)_ – tradotto “memoriale”, che non è il ricordo di un passato scaduto, ma è coscienza di un passato che continua nel presente, che cambia, oggi come allora. E quando loro si sentono soli non è perché Dio è venuto meno, Dio non è lontano! È che sono venuti meno loro: hanno smesso di fare memoria di questo. Tutta la vita, dopo l’incontro con Dio, gli è data per fare memoria di quello che è accaduto, che continua, per capirne la portata, la novità. Questa è la forza della fede ebraica e cristiana. Come Gesù, nella cena, finisce dicendo: “Fate questo in memoria di me”. Stasera è accaduto tutto, ho dato tutto, continuerò a darmi tutto, a darvi tutto fino alla fine del mondo. Tutto vi è dato da questo momento per far memoria: la preghiera, le parole, gli amici. “Basta fare queste cose?” Dicono sempre gli stupidi, Ebrei o Cristiani…”basta fare?” “Ma non che non basta fare” – ribatte acutamente Mosè, aveva più di 100 anni ma è lucido- e dice letteralmente: “Non ti sfuggano dal cuore queste cose per tutto il tempo della tua vita.” Non è fare, è fare con il cuore. Venire qui al mattino vale per questo.
Omelia Don Carlo 26 marzo 2019
*Omelia 26 marzo*
“Quante volte dovrò perdonargli? Sette? (…) Settanta volte sette!”
Sette è il numero perfetto. Settanta volte sette è sette alla settantesima, cioè all’infinito.
Pietro, se vuoi essere umano, devi perdonare sempre, perché la misura dell’umano è l’infinito. Questo è il dramma della vita: che noi dell’infinito non siamo capaci, siam pieni di limiti. Il dramma è che siamo fatti per qualcosa che è più grande di noi, che io divento me stesso solo per l’opera di un Altro, per l’amore di un Altro, se son disposto a fare spazio, a domandare l’amore di un Altro.
Qui, nel mondo, i conti non ci torneranno mai, e per fortuna! Perché quando i conti ci tornano e siamo tranquilli, il cuore ha già cominciato a morire, perché ci facciamo bastare la natura; è l’asfissia del naturalismo pagano, in cui il mondo intero occidentale sta affogando.
E il tono massimo è un tono senza intensità, piatto, banale; senti parlare la gente, è tutto raso terra, non c’è respiro.
Mi cercano le persone per mille problemi in famiglia, lavoro, salute, coppia, figli… Discuto i problemi e dopo due domande mi rendo conto che quelli non erano i problemi. L’evento scatenante, il problema vero di tutti è una carenza assoluta di una religiosità radicale, tutti ragionano come se i conti dovessero tornare all’interno della natura. Ma è terribile, si muore!
I problemi umani sono insolubili in un orizzonte naturalistico, se non si squarcia il cielo e non viene una luce, non ci si capisce niente.
La gente non capisce più che ci vuole un Dio per realizzare gli uomini.
Ma non è che gli manchi Dio, non è che non credano, che non conoscano Dio.
È che non conoscono se stessi, non dicono “io” coscienti della grandezza drammatica dell’uomo. Ma dove lo ritroviamo quello sguardo vero, grande, quello che ci fa respirare? Che dà tono? Dice il Salmo: “Salvaci con i tuoi prodigi, Signore. Dà gloria al Tuo nome”. Facci respirare con la grandezza dei tuoi prodigi. Con la bellezza del Tuo nome. Perché solo quella bellezza, è la benzina adeguata per il cuore. Solo questo lo lancia alla realtà. Ognuno di noi sa dove il cuore respira, dove l’affezione s’infiamma. Riprende densità. E quali sono gli amici con cui può condividere questa avventura. Non sono tanti ma, io ne ho sempre trovati dappertutto.
Omelia Don Carlo 25 marzo 2019
Omelia 25 marzo 2019
Oggi è la festa dell’Annunciazione che delinea la forma della fede cristiana, che è l’annuncio di un Fatto; non è una legge morale che comanda o proibisce qualcosa, non è una dottrina, un pensiero che non cambia la vita… No! La fede cristiana è l’Annuncio, la notizia di un fatto storico che accade senza di me, ma riguarda me. Riguarda l’attesa che mi brucia dentro come uomo. Tanto è vero che, appena sento quell’Annuncio – e si sente oggi come duemila anni fa -, insorge dentro, come in quella ragazza, una domanda:
“E come avverrà questo?”
Io devo sapere come avviene, perché se è vero che il Divino può dimorare nella mia carne, cambia il mondo.
Come posso saperlo, come lo verifico, se è vero?
Non mi è indifferente! Ogni altra cosa sì, ma questa no.
“Ecco io vengo per fare la Tua volontà”.
Io vengo, io vado, io voglio, io amo, io penso, io dico “sì”, io dico “no”, io dico “Tu”, io dico “mio”. Questo occorre, per verificare se è vero o non è vero.
E cosa cambia se Dio entra nel mondo? Devo dire “io vengo”, “ci sono io”, “vieni in me”, “fuori di me non mi interessa!”
Per sapere che cosa cambia devo dirgli “io”. Lui deve poter venire in me.
La fede cristiana accade in un uomo che dice “io”. Non in un uomo che per credere cancella l’io, come accade nel fondamentalismo. È un uomo che mette tutto di sé nell’atto di fede e scopre se è vero che quel sì valorizza tutta la sua umanità. Tutto in lui diventa prezioso. Senza quel sì, senza che nella mia vita dimori il Mistero, in me c’è sempre tanto da buttare. Alla fine sono da buttare io. Il cristianesimo è un umanesimo, l’umanesimo pieno, altrimenti non mi interessa. Chiede me, e valorizza me. È tutto quel che serve. Tutto il resto sarà un’espressione di me, a Dio non interessa. Dio non viene a dare una forma morale alla vita, la forma gliela darò io, sarà tutta un’avventura mia. Chiede solo se io ospito Lui e basta.
Per questo la fede cristiana è per tutti, cioè, per tutti quelli che vogliono la propria grandezza umana. Tutti quelli che hanno un io da dare e un io da valorizzare; a Dio basta questo, il resto inizia da qui. Tanto è vero che a Gabriele basta quel sì, il sì, l’io di quella ragazza. Appena lo dice, “l’angelo” – conclude il Vangelo – “si allontanò da Lei”. Non gli serve altro e anche oggi non serve altro perché accada lo stesso miracolo, perché io, come Giuseppe, lo sposo promesso di quella ragazza, l’istante dopo, abbracciando quella donna, abbraccia Dio. È vertiginoso, ma la sfida cristiana è che io abbraccio me, abbraccio Dio. Abbraccio te e abbraccio Dio. Per saperlo c’è solo da raccogliere la sfida, che io dica: “eccomi”.
Omelia Don Carlo 24 marzo 2019
*Omelia 24 marzo 2019*
“Togliti i sandali, sconsacrati”.
Si coprì il volto per paura, Mosè ha paura di Dio perché lui è profondamente religioso, crede in Dio, ma Dio per lui è ignoto, non ha volto, non ha nome e noi dell’ignoto abbiamo paura, tutti.
Infatti, ribatte: “Sì, ma se non dico Chi sei, non gli dico il nome, che faccia hai, mi diranno qual è il Suo nome, cosa gli rispondo?”. Perché questi non mi credono, non mi seguono. Noi non siamo disposti a seguire un Dio se no Lo vediamo in faccia, se non sappiamo qual è il Suo nome. Mosè è un uomo sano, gli ebrei sono sani, vogliono essere liberi e sfidano Dio, e Dio accetta la sfida: “Ok Mosè, così ti voglio, un uomo di fede ma con una fede ragionevole.” Non sei disposto a seguire chiunque.
Per questo ti dico chi sono, perchè La sfida è che da schiavi ci fa diventare liberi. Se dobbiamo seguire un dio che non sappiamo chi è, che faccia ha, che libertà è? Eran già tosti, fin da schiavi gli ebrei, non per niente eran figli di Abramo. E Dio risponde, ma risponde da Dio: “Sono Colui che sono sono”. Traduzione abbastanza infelice perché la lingua ebraica è troppo densa e molto equivoca, e chi non fa un’esperienza puntuale prende delle cantonate. ‘אֶהְיֶה אֲשֶׁר אֶהְיֶה’ non vuol dire “io sono Colui che sono” in senso ontologico, greco: “sono l’Essere” come direbbe San Tommaso che c’è cascato su questo. La forma del verbo essere è una forma causativa: “Io sono quello che ci sono e che faccio qualcosa che cambia la realtà”. Quindi se tu vuoi sapere Chi sono non me lo chiedere, vieni con Me nel mar Rosso a sfidar le onde, vieni con Me a sfidare i cavalli, i cavalieri e i faraoni, vieni con me nel deserto, facciamo il deserto insieme per quarant’anni. E lì, vedendo quel che faccio, vedendo come faccio, tu capirai Chi sono, capirai dai fatti. Io sono Colui che parlo con i fatti. Le mie parole sono dei fatti che parlano. Infatti il termine “parole” in ebraico _Addebarim_ vuol dire parole-fatti, fatti che parlano. Il metodo di Dio:fa per farsi capire. Se tu vuoi capire devi fare con Lui, devi fare per capire le cose con Lui. Devi giocare la libertà. Ti devi impegnare con tutto te stesso, come Lui ha rischiato fino ad andar sulla croce.
È la realtà che chiarisce, che svela chi è Dio, che svela il Suo mistero. La realtà chiarisce sempre. Quando noi andiamo in confusione è perché invece che pensare la realtà pensiamo i pensieri nostri. Non è che siamo scemi, siamo fermi. Invece che fare, pensiamo i pensieri. Ci sono dei pensieri paralleli alla realtà. Infatti si chiama paranoia, che è il preambolo della schizofrenia: pensare i pensieri. I matti non è che perdano la ragione. Perdono tutto fuorché la ragione. Pensano in modo logicissimo, ma non pensano la realtà. È la realtà che chiarisce, la realtà è sempre chiarificatrice. Quando noi diciamo che la realtà mi ha messo in confusione, non è la realtà che ti ha confuso. La realtà ti ha smontato le tue apparenti chiarezze. Gli schemi che non erano veri. Se non sei d’accordo con la realtà, devi cambiare idea tu. La realtà ha ragione. Sei tu che non la guardi per quello che è.
Questa fede, la fede del Dio di Mosè, è una fede per tutti, democratica. Perché tutti possono guardare la realtà. Tutti possono mettere le mani in pasta, nella realtà. Cioè, no, non è per tutti. Non è per i pigri per quelli che non si vogliono sporcare le mani. Il Catechismo chiama il pigro accidioso. In greco uno dei setti vizi capitali, l’ultimo: l’accidia, ἀκῆδος (akedós) vuol dire “trascurato”, chi non ha cura di sé. Il “curiosus” invece è quello che è appassionato. L’accidioso è il non-appassionato, quello che non ha cura di se stesso. È quello che preferisce sempre il comodo al vero. Si chiede sempre quanto mi costa, quanta fatica. Non si chiede quanto una cosa vale. È un uomo meschino, vigliacco. Che ha come scopo il fare il meno fatica possibile. Che non è disposto a combattere fino all’ultimo per la propria felicità. Per un uomo così, non c’è spazio né per l’amore degli altri uomini né per quello di Dio. Perché è lui che non fa spazio nemmeno al proprio cuore, al voler bene a se stesso.
Omelia Don Carlo 22 marzo 2019
Omelia 22 marzo 2019
Terreno, vigna, contadini, affitto, raccogliere i frutti: immagini non equivoche. La vita, il mondo, tutto, ci è stato dato per un compito, non è un gioco la vita, nè un bene di consumo, così “usa e getta” ed io non sono – come si dice oggi – uno user, un utente. No!
Tutto è lavoro insieme a Dio, perché tutto è incompiuto, io sono incompiuto, tutto è perché lo compia io; ciò che manca al mondo è stato dato a me e io mi compio compiendo il mondo, insieme con Dio. Sono immagine del Creatore, io divento grande se scopro l’ammirazione per me stesso, quando mi dono completamente all’opera di Dio.
Quando io perdo la stima, quando sento che non valgo, che non sono niente, son da buttare, è perché vengo meno al compito, non si riesce neanche a lavorare con gusto se si lavora solo per lo stipendio, invece che collaborare con il “Lavoratore”.
“Il mio Padre opera e io opero sempre con Lui”, dice Gesù. Che cos’è che mi rende costruttore? Non un mio sforzo o la mia genialità, ma c’è “la pietra scartata dai costruttori che diventa pietra d’angolo”. Mi serve la pietra d’angolo!
Nel mondo, da 2000 anni, c’è la pietra d’angolo: è una pietra nell’arco a sezione triangolare, è l’ultima che tiene i carichi laterali, come in gran parte delle costruzioni. Se c’è quella ci puoi costruire tutto, non vien giù niente, regge tutto il carico, è una pietra miracolosa. Su quella pietra puoi costruirci tutte le cose che tu butteresti nell’immondizia. Infatti, guardate un attimo la storia della Chiesa, qualunque periodo guardiate probabilmente non riuscite a capire come Dio possa costruire la Sua opera nel mondo con quel materiale umano li! È un’impossibile costruzione; nessuna opera umana, nessuna civiltà, nessuna cultura, nessuna politica, nessuna impresa, starebbe su con quel “materiale di scarti” e Dio costruisce il mondo con il “resto di Israele”: un popolo di scampati alla spada. Son 2000 anni che Lui arriva a me e mi rende certo di Lui, come fu certo Simone, che divenne Pietro; Saulo, che divenne Paolo o Maria di Magdala.
Ecco la Sua sfida: l’offerta della pietra angolare raggiunge ancora tutti i Saul, i Simone e le Maddalene di oggi.