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Omelia Don Carlo 20 marzo 2019

Omelia 20 marzo 2019

“Voi non sapete quel che chiedete”, cioè voi chiedete quello che desiderate, Dio ve lo concede, non siamo masochisti, ci mancherebbe. Il dramma è che il desiderio è sempre piccolo, perché io desidero sempre un particolare.
Il dramma è che il mio cuore ha l’esigenza del totale per questo il particolare, anche quando l’ho avuto è limitato, mi infiamma di più come un combustibile che non mi è dato per soddisfarmi, ma per innescare l’esigenza del cuore, per lanciarmi alla ricerca del totale, come – avete presente? – i razzi che devono lanciare in orbita i satelliti. Ecco, i nostri desideri umani sono come questi razzi, sono fatti per lanciarli verso cielo, per orbitare intorno alla terra.
I desideri degli animali no: nascono sulla terra e muoiono qui, non innescano niente; noi invece siamo fatti non per la terra, ma per il cielo, per orbitare intorno al Mistero che fa l’Universo.

Ci serve il combustibile ogni giorno per decollare, per entrare in orbita. E qual è questo combustibile?

Gesù, che ha corretto duramente la madre di Giacomo e Giovanni, dice a lei e ai due figli: voi volete questo? Bene. Volete essere con me? Giusto. Non avete sbagliato lo scopo, ma avete sbagliato ad immaginarlo, che sia stare a destra o a sinistra.

“Potete bere il calice che bevo io, allora ci arriverete.”
Il calice della passione, cioè l’energia della mia passione umana che mi appassiona, che mi infiamma, che mi brucia dentro, che mi porterà perfino sulla croce. Ma qual è il contenuto di questo calice? Qual è il combustibile che ti appassiona tanto? Ma vi ho chiamati tre anni fa esattamente perché, stando con me, mi rubaste il segreto. Non lo avete ancora scoperto? Lo scopo della comunità cristiana, lo scopo per cui noi siamo stati chiamati insieme è per rubare a Cristo il contenuto di quel calice, il combustibile che noi usiamo, perché chi lo scopre si trova addosso una chiarezza e una libertà inaudite, quasi sgomentano tanto sono potenti ed esplosive.

Omelia Don Carlo 19 marzo 2019

omelia 19 marzo 2019

“Tuo Padre ed io, angosciati, ti cercavamo.” E lo vedo che siete angosciati, siete angosciati perchè non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio, cioè del compito che Io ho nel mondo. Ma perché mi avete voluto al mondo? Immagino la faccia: “Non ti abbiamo mica cercato noi, è successo”. Ma a me non basta, io voglio sapere, ho dodici anni, devo sapere perchè sono al mondo, devo avere sempre presente il compito che io ho nel mondo, perché sennò vado in confusione, in angoscia come voi, che siete angosciati perchè non avete chiaro il mio compito. Quando noi andiamo in confusione o in angoscia é per questo: abbiamo smarrito il compito che è lo stesso di Giuseppe, oggi, Sposo e Padre putativo.
Qual è? Dice il Salmo: “Beato chi abita la Tua casa, canta le Tue lodi per sempre.” Giuseppe è felice di costruire e di abitare la casa dove Dio abita nel mondo. Come direbbe Pietro di Craon, L’Annonce faite à Marie, la Cattedrale: Io vivo per costruire la Cattedrale, un luogo miracoloso, dove nel mondo abita Dio insieme agli uomini, ci possono abitare gli uomini perché ci abita Dio. Ma Dio non è felice se non può abitare con gli uomini.
Questo è il compito del Cristiano nel mondo, di Pietro di Craon, di Giuseppe: costruire e abitare la dimora dove abita Dio. E per costruire questa dimora tutto è utile: tempo, vita, risorse, non c’è nulla da buttare per fare la Cattedrale di Dio.
Quando noi una cosa la vediamo brutta, inutile, da scartare, o noi stessi ci vediamo brutti, inutili, non ci piacciamo, è perché abbiamo smarrito l’unico punto di vista luminoso, che è il compito che abbiamo nel mondo, perché imponiamo i nostri scopi e sono sempre troppo piccoli, scartano sempre qualcosa.
Per costruire la Cattedrale non c’è da buttare nulla, serve, perfino…appunto, anche la Croce dei Romani può servire.
E come lo scopriamo il nostro compito nel mondo? È facile: basta guardare dove ai nostri occhi le cose diventano belle, dove l’angoscia viene spazzata via da un’immensa voglia di fare, di costruire, dove ti si illumina lo sguardo, una lampadina, dove vedi, guardi le cose e ne vedi sempre il lato costruibile; come quando ero piccolo che c’erano i miei amici che avevano il genio del puzzle, no? O del cubo magico a sei facce. Io, vedendoci anche poco, non lo coglievo mai e li invidiavo, loro montavano su tutto e tutti i pezzi andavano a posto.
Ecco, dove accade questo, lì si svela il nostro compito.

Omelia Don Carlo 18 marzo 2019

Omelia 18 marzo 2019

“Signore Dio grande e tremendo”, grida Daniele, l’ultimo dei grandi profeti, deportato a Babilonia da Nabucodonosor. Il Dio di Daniele è un Dio grande e tremendo, potente. Daniele non ha dubbi: Dio vincerà perché è onnipotente, ma adesso è un Dio tremendo, anche contro gli Ebrei peccatori. E la deportazione agli occhi dei profeti è una punizione per i loro peccati: questa è la fede ebraica; e l’immagine che lui ha di Dio e dell’uomo è in questo grido lancinante: “A Te Signore la giustizia, a noi la vergogna sul volto”.
Dio è un Signore giusto, grande e tremendo, che punisce e noi siamo peccatori, giustamente puniti, quindi viviamo vergognosi e tremanti. È giusto per la coscienza di Daniele, degli Ebrei.

E io dico di no! Non è giusto perché non corrisponde al cuore perché un cuore così non respira. Il cuore non respira se Dio è solo giusto, grande e tremendo e io sono vergognoso e tremante. La giustizia non basta, il cuore domanda altro, infatti questo salmo acutamente dice: “Non trattarci secondo i nostri peccati”.

Se questo è l’unico rapporto possibile non possiamo vivere, il nostro cuore domanda un abbraccio. Sono peccatore sì, ma io ho bisogno di essere abbracciato per uscire dal peccato. Ma questo abbraccio a cui il salmista aspira e sospira gli Ebrei non lo hanno mai conosciuto, cioè non lo hanno mai riconosciuto perché è accaduto ma non sono stati in grado o liberi di accoglierLo.

Che respiro la fede cristiana, che respiro di libertà. Se noi non avessimo riconosciuto l’abbraccio di Cristo morto e risorto vivremmo incattiviti con noi stessi e con il mondo, perché se Dio è onnipotente e tremendo e io sono vergognoso e tremante…ma come fai a respirare? Non è umana un’esperienza, pur religiosa e autentica, come quella ebraica.

Omelia Don Carlo 17 marzo 2019

*omelia 17 marzo 2019*

“Maestro è bello per noi restare qui.”
Il cristianesimo é bello! Prima che vero, prima che buono e utile è bello.
È una Bellezza e di fronte alla Bellezza la tentazione di Pietro: “facciamo tre capanne”, la proteggiamo, ce la godiamo fra noi e finita lì.
Ed il suo amico Luca non può contenere, dice: “Egli non sapeva quello che diceva”. Poveretto, ma cosa sta dicendo?
La Bellezza non si possiede, non si protegge, la Bellezza è un dono e tu te lo godi solo se lo condividi e se lo offri.
È come – scusate l’immagine informatica – quando trovi un file “solo lettura, no change, no copy, no backup” cioè lo puoi solo guardare, devi lasciare lì dove lo condividono tutti.
Diceva Ibsen che il dolore se uno è eroico lo può anche affrontare da solo ma la Bellezza no. Che Bellezza è se non la puoi condividere? Bisogna darsi da fare almeno in due per capire che cos’è la Bellezza della vita.
Pietro e gli altri l’avrebbero capita scendendo a valle e condividendola, brandendola con un’esperienza personale e sfidando con questa Bellezza vissuta il cuore di tutti gli uomini. Sai che è veramente Bellezza se vedi che fa brillare il cuore di tutti.

Omelia Don Carlo 15 marzo 2019

*omelia 15 marzo 2019*

“(…) Se la vostra giustizia non supera quella dei farisei.”
Il primo tipo umano, nato dalla fede ebraica, è il fariseo. L’uomo della legge – la Torah – dove tutto è già definito in anticipo: regole precise, indiscutibili, da applicare alla realtà.
Quest’uomo si alza al mattino per applicarle a tutto, ed anche a se stesso.
Quel che accade quel giorno deve rientrare in quella legge, e se non c’entra è sbagliato. E alla sera il primo sbagliato è lui.
“L’anima mia attende più che le sentinelle l’aurora”. Questo è l’altro tipo umano che nasce dalla stessa fede, l’uomo che attende Dio, che Dio venga a compiere perchè agli occhi di quest’uomo è tutto incompiuto ed il primo incompiuto è lui. C’è un salmo struggente, il più lungo, il 118, dice ad un certo punto verso il versetto 200: “πάσης συντελείας εἶδον πέρας, di ogni cosa perfetta ho visto il limite”. Ed il primo limitato sono io, tutto mancante, ogni cosa è mancante. Mancante di cosa? Mancante di Te.
Gli uomini, per quest’uomo, sono definiti “anawim jahweh” i mancanti, i poveri di Jhavè, non di soldi, di Dio.
Anche se sono pieni di soldi come Salomone sono poveri, gli manca l’Essenziale.
Quest’uomo invece si alza al mattino come dice questo bellissimo Salmo, struggente: “Come le sentinelle l’aurora”.
Attende, attende è teso a tutto, attento, a tutto. A quest’uomo non gli sfugge nulla del giorno ed il primo che non gli sfugge è se stesso. E’ attento a tutto quello che accade, alle cose in sé perché lui sente che in tutto Jhavè si può rivelare. Per quest’uomo è tutta un’avventura la giornata.