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Omelia Don Carlo 14 marzo 2019

*omelia 14 marzo 2019*

“Chi cerca trova”
Se c’è qualcosa da trovare perché, se non c’è niente, non trovi niente, ma, per saperlo, devi cercarlo, veramente! Se no, anche se c’è, non lo trovi.

Cosa vuol dire cercare veramente?
Chi è il vero cercatore?
“Chi chiede riceve, a chi bussa sarà aperto”, questo è il vero cercatore! È uno che bussa, è un che chiede, cioè uno che si muove, fa, le tenta tutte, combatte per trovare quello che è essenziale per la sua felicità.

Uno che sta fermo, che aspetta, che è passivo, che delega a qualcun altro, è uno che non troverà mai, anche se ha tutto davanti agli occhi! Uno che è passivo, cioè che delega agli altri, che delega anche a Dio, che immagina un Dio factotum, un super ingegnere gestionale che ha un computer, che fa e disfa, fa e disfa e l’uomo, fatalisticamente, deve stare alla realtà, alle circostanze… ma siamo matti?!
Ma questo è uccidere il proprio cuore: aspettare che ci sia un Dio che mi trova il moroso fatto per me, gli amici giusti per me, il lavoro e tutto il resto…

Poi dopo è chiaro che uno passivo è sempre deluso, perché Dio ai passivi non rispondere: dice che trova chi cerca, tiene aperto a chi bussa.
A chi non fa una mossa, a chi non dà tutto per la propria felicità, Dio non risponde! Nè ai passivo nè ai meschini, cioè a quelli che si accontentano di poco!
Che pena: “Ah, forse io…è perché pretendo troppo, perché chiedo troppo”, ma è il contrario! Tu sei deluso e non trovi perché chiedi poco, chiedi delle grazie, delle cose e sarai deluso, sia che non le ottieni, sia quando le ottieni, perché il tuo cuore non è fatto per avere delle grazie, delle cose, dei problemi risolti! Il tuo cuore vuole il tutto ed il tutto non è una somma di cose parziali, come la sigma in algebra. Non è che sommando cose parziali ne fai una totale!
Il Tutto è il Creatore delle cose! Quello che la “T” maiuscola! E si ha un unico modo per non essere delusi: è il chiedere Tutto.
Chi chiede poco sarà sempre deluso, chi chiede Tutto si accorge che il Tutto, nel mondo, c’è già, da 2000 anni! Il Tutto è dentro il mondo!
E se tu Lo trovi, Lo riconosci, sei libero, non dalle cose, che non ti sono indifferenti, ma nelle! Che ne hai molte, che ne hai poche o che non hai niente, tu hai già Tutto, le cose sono solo segni di tutto! E di segni, di per sè, ne basta uno!
Perché Gesù per riconoscere il tutto, per dire “tutto è compiuto”, _”Τετέλεσται”, “omnia consummatum est”_ sulla croce, – tutto! – di cosa ha avuto bisogno? Di quante cose ha avuto bisogno per dire: “Tu sei tutto, nelle tue mani mi affido?”
Di tre chiodi e di una croce romana!

Omelia Don Carlo 13 marzo 2019

Omelia 13 marzo 2019

“Mentre le folle si accalcavano attorno a Gesù”.

Accalcarsi è un moto istintivo per un’attrazione immediata che sentono verso di Lui. C’è qualcosa in Lui, c’è una bellezza che freme in Lui, che li
prende, anche sensibilmente, che fa fremere la loro carne.
Perché Gesù non è un Dio spirituale, ma un Dio fatto carne, fatto di carne
come noi, per questo che la nostra carne davanti alla Sua freme, freme per Lui, Lo desidera anche sensibilmente.

Questo è uno scandalo per tutte le religioni che hanno sempre cercato un Dio distaccato dalla terra, distaccato dalla carne.

Ma non c’è fede cristiana per chi non prende sul serio la propria carne
umana, con ogni suo fremito. Quella carne l’ha fatta Lui e alla Sua Presenza freme di Lui, soprattutto se è una carne ormai segnata da Lui, come la carne di quella folla che Gli si accalca addosso per questo. Come la mia, la mia carne ormai segnata, da una vita, da Lui.

Se togliessi il fremito, il segno di Lui, io non mi capirei più, sarebbe
tutto inspiegabile in me. La mia istintività non è più quella di prima…
Eppure perché Lui è così duro con quella folla che Gli si accalca addosso?
Durissimo e disarmato.

“Questa è una generazione malvagia” perché cerca un segno diverso da quello
che ha già, dal segno che ha già nella propria carne.

Si accalca addosso a Me ma il segno ce lo ha già – esattamente quel
fremito che li fa accalcare addosso a me – e ne cerca, invece, un altro, un
segno che sia fuori dalla loro carne, oggettivo, distaccato che non li
coinvolga personalmente, che non coinvolga il loro io.

Sono disposti a tutto ma non a dare il loro io. Sono disposti a riconoscerMi
in tutti i miracoli che posso fare, ma non a quello che gli sto facendo
addosso. Li ho già cambiati ma negano la novità che hanno addosso.

Questo mi disarma, mi rende impotente.
Che cosa ci posso fare con gente che non guarda il proprio io,
disinteressati al cambiamento del proprio io?
E loro cosa mai se ne possono fare di una felicità senza il loro io?

Omelia Don Carlo 12 marzo 2019

Omelia 12 marzo 2019

“La mia parola non tornerà a me senza aver operato ciò che desidero”.

Ma cosa desidera Dio per le Sue creature, che scopo ha Dio in tutto quello che fa? Un Dio onnipotente desidera obbedienza alla Sua legge e punisce chi disubbidisce. Ed il credente vive nella paura del dies irae, del giorno dell’ira di Dio.

Ma Isaia chiede: “Ma tu che Dio sei, cosa desideri?”

La risposta non la darai a me, la risposta gli Ebrei non la conoscono e, alla fine, il Vecchio Testamento si conclude con il tristissimo Qoèlet: “Vanità delle vanità”, non c’è luce.

“Voi dunque”, dice Gesù, “quando pregate, pregate così, dite: Padre Nostro.”
Non un Signore onnipotente, Abbà vuol dire babbo, papà, paparino è il vezzeggiativo, che incute tutto fuorché terrore! E cosa vuole questo papà per i suoi figli? Cosa vogliono un padre ed una madre per i figli? Vogliono vedere la loro bellezza: “Sei bellissimo! Non vedo l’ora di tirarti su per vederla tutta quella bellezza!”
E se hanno più figli vogliono vedere la bellezza di uno diversa da quella dell’altro! Un padre e una madre non vogliono delle copie, vogliono dei figli unici, li preferiscono in modo unico: questa è la certezza di Gesù. Infatti la Sua sfida finale prima di uscire dall’ultima cena (Gv, 17) attacca e dice:

“Padre [dice] è giunta l’ora [adesso la schiantiamo!]: dai Gloria al Tuo figlio perché Tuo Figlio dia gloria a Te”.
Mai un Uomo ha detto questo nel mondo, anzi, questo fa inorridire gli uomini religiosi che son tutti sul no nobis, nomini tuo da gloria, no! Gesù non dice così, dice: “Dammi tutta la mia bellezza perché, vedendo me, vedano la tua!”
La sfida di Cristo è che le due glorie, di Dio e dell’uomo, coincidano: che l’uomo non ruba più gloria a Dio e Dio non ruba più gloria e bellezza all’uomo.
Questa è la novità che Gesù porta nel mondo: non le contrappone più, non c’è più l’ateo che teme Dio e il Dio fondamentalista che vuole tenere sotto e schiacciati gli uomini.

Quando un uomo raccoglie la sfida di Gesù, che cosa gli si vede in faccia?
Questo salmo 33 è acutissimo: “Guardate a Lui e sarete raggianti, i vostri volti non andranno in confusione!”

Quando il nostro volto è scuro, quando andiamo in confusione è perché guardiamo da un’altra parte, non guardiamo a Lui.

Omelia Don Carlo 11 marzo 2019

Omelia 11 marzo 2019

“Siate santi perché Io, vostro Dio, sono santo”.
Santo non è bravo, ma vero.
La santità riguarda l’essere prima che il fare, perché il fare non mi cambia, esprime ciò che sono. Ma io chi sono?
“Sei fatto a mia immagine”.
Sei della mia stessa natura, dice Dio, e tu sei felice se partecipi del mio Essere, di me.

“Siate santi perché io sono Santo”.
Questa è la grandezza della fede ebraica, l’orizzonte che dà respiro al cuore: diventare partecipi del divino.
Ma questa grandezza è anche il dramma lacerante di un ebreo, che purtroppo condivide ancora con le grandi religioni.
“Profaneresti il nome del tuo Dio” se tu facessi così e così e per non profanarmi devi fare cosà e cosà…
Il male, in tutte le religioni, è il profanum, “pro” vuol dire davanti, fuori, “fanum” è il tempio, il luogo del sacro, è ciò che è fuori dal tempio, è ciò che non è sacro. E nelle religioni non è mai tutto sacro, alcune cose sì, ti mettono in rapporto con Dio, ti fanno partecipar di Lui, ma la maggior parte no. Allora tu senti che questo è lacerante perché tu devi scegliere, la vita di un ebreo è tra il sacro e il profano. E tu devi scegliere alcune cose e non le altre. Se scegli Dio hai alcune cose e ne perdi tante altre; se scegli le altre, perdi Dio e non hai mai tutto. Perdi sempre e non hai pace, perché tu sei fatto per il tutto, per abbracciare tutto.
La vita è lacerata, è disperata fino a quando non vedi un uomo, Cristo, in cui c’è tutto. Non c’è più il sacro e il profano: c’è solo il vero.
E la verità di ogni cosa è che ogni cosa è segno di Dio perché è creature Sua!
Amando quella cosa fino in fondo ami Dio, non devi più scegliere; finalmente puoi solo abbracciare. Nel cristiano non c’è il sacro e il profano, c’è soltanto il superficiale: quello che ti allontana da Dio non sono mai le cose, è la tua superficialità che ti ferma all’apparenza e non ci vai in fondo.
L’entusiasmo c’è l’hai solo quando abbracci quella cosa, ma quella cosa non è che la butti via, devi abbracciarla!
La povertà cristiana non è buttare via le cose, è avere come unica ricchezza il fondo delle cose.
L’entusiasmo di Dio, integro, tutto intero. In greco si dice καθολικός (katholikós), cattolico – κατά (katà) con la dimensione ολικός (olikos): il tutto. È la dimensione del tutto, l’abbraccio a tutto, questa è l’esperienza cristiana.

Omelia Don Carlo 10 marzo 2019

*Omelia 10 marzo 2019*

“Con il cuore” – dice Paolo ai Romani – “si crede per ottenere giustizia”, per diventare giusti, uomini veri.
“Con il cuore si crede” perché credere, nella fede di Paolo convertito, è un atto di cuore, il più profondo, il più personale atto che uno possa compiere: è esprimere chi sono io veramente. Credere è dire “io” fino in fondo, non è pensare ad un essere lontano in un altro mondo, non è compiere riti religiosi o osservare leggi morali, cambiare comportamento o la psicologia, i sentimenti, no! Credere non è adeguarsi a qualcosa di esterno che ti rende artificioso, che a volte è violento, no, questa era la fede di Paolo prima che si convertisse; adesso la fede è un atto del cuore, coincide con dire io. Infatti dice: “Chiunque crede in Lui non sarà deluso” – intuisce il Salmista. La fede è conoscere e amare Chi non mi delude, cioè Chi mi compie, Chi mi realizza, Chi mi fa libero, Chi mi rende me. Questa è la fede: è l’atto più umano, più liberante che esista. Dopo l’incontro a Damasco questa è la fede di Paolo. Quella di prima lo alienava, di fatto lo aveva incattivito, odiava tutti gli infedeli, quelli che non rientravano in quei format lì. Adesso è il contrario: la fede è il gesto più espressivo del suo cuore. Infatti dice: “adesso” – mentre prima li odiavo tutti, gli infedeli – “adesso, per me non c’è più distinzione tra giudeo o greco”, poi aggiungerà “libero o schiavo, barbaro o sciita, maschio o femmina”, non c’è più nessuna distinzione fra gli uomini; adesso io li posso abbracciare tutti quelli che incontro, perché adesso posso abbracciare me, posso voler bene a me.
La fede di Paolo coincide con l’essere uomo, credere vuol dire essere uomo fino in fondo, essere me. E una fede così, un Dio così, tu non te li puoi immaginare, non li trovate mai in nessuna fiction artistico-letteraria. Gli uomini della fede normalmente han ben altra idea: normalmente è la cosa più artificiosa, alienante, opprimente, deformante. Io il mondo lo conosco, bazzico un po’ in Medioriente e lì, ragazzi, son tutti religiosi, ma un uomo, una cosa che sia se stessa non la vedete; è tutto artificioso, dal vestito, il mangiare, la lingua, cioè non c’è l’uomo nudo e crudo come lo fa Dio, bello come l’ha fatto Dio, nudo! Infatti Dio, il rimprovero che fa ad Adamo ed Eva è che si son messi le foglie di fico: “Ma non andavate bene così? Ma perché vi vergognate di come Io vi ho fatti?”

Capite?
Il peccato è un’artificiosità, è aggiungere o togliere qualcosa all’uomo e alle cose. Cristo è venuto per riportare le cose e l’uomo alla bellezza originaria, per farli risplendere! Un Dio così, una fede così, tu non te li puoi immaginare, li puoi solo incontrare, perché l’uomo non pensa che sia così. Pensi che Dio venga a complicare? Non bastiamo noi?
Bene, dove tu incontri questo Dio e questa fede? Dove sperimenti questo abbraccio a te? La fede è una cosa che ti deve calzare. Avete presente nel matrimonio che si fa l’abito sartoriale, invece che il _prêt-à-porter_, di solito te ne fai uno che ti ha fatto uno sulle tue misure, che esprime quello che tu sei e quello che hai dentro?! Ecco, la fede è come l’abito del matrimonio, che ti fa risplendere, ti rende raggiante, perché ti calza, esprime quello che tu sei.

Dove ti accade questo? Non starci a pensare troppo! Basta che pensate dove e come è accaduto a Gesù, al confine del deserto. Quando vien fuori?
Quando Gesù, finalmente, ha visto Dio com’è, ha capito lui com’è, ha capito come Dio lo guarda, viene fuori, dice talmente io, ecco, è talmente se stesso, talmente vero, che il diavolo le prova tutte, dice qui. Ma alla fine – bellissima la scena, buffa, da espulsione col calcio di rigore – perché dice: “Il diavolo, esaurite le tentazioni, si allontanò da lui”, cioè davanti alla fede di Gesù, alla faccia di Gesù, non ce n’è per nessuno, anche il diavolo deve uscire dal campo.