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Omelia Don Carlo 17 ottobre 2018
Omelia 17 ottobre
“Quelli che son di Cristo hanno crocifisso carne, passioni e desideri”.
Il giudizio tranciante di Paolo. Per i Romani e il sinedrio crocifiggere è distruggere tutto questo, distruggere tutto l’umano, per questo hanno deciso la Sua condanna, perché quell’umanità, carne, passione e desiderio di Gesù li spaventava, li terrorizzava.
E la croce, la crocifissione è stata decisa per distruggere tutto l’umano di Gesù.
Ma per Gesù, infatti, crocifiggere è stato non distruggere o reprimere, ma esprimere nella carne le Sue passioni e i Suoi desideri. Tanto che il centurione guarda la Sua carne trafitta e quella carne gli svela il sentimento del cuore di Gesù, quello per cui Lui bruciava di passione, quello che Lui ha desiderato per tutta la vita.
E lui dice: “Quest’uomo era giusto, quest’uomo era figlio di Dio” e lo dice guardando la carne materialmente distrutta.
Sulla croce la bellezza di Gesù viene espressa e non repressa, sulla croce si vede il massimo di intensità passionale ed affettiva, si vede ciò che Gesù ha amato, ciò per cui ha bruciato per tutta la vita.
Come è stato possibile questo? Lo dobbiamo sapere! Che coscienza aveva Gesù di Sé, di Dio, di tutto? Abbiamo bisogno di rubarGli il segreto, altrimenti, come dice Lui nel Vangelo al dottore della legge, “sì, guai anche a voi, guai a voi se non mi rubate il segreto”, “guai” non perché io vi minaccio, ma perché saranno le croci della vita che vi puniranno, perché, se mi rubate il segreto vi realizzerete, vi esprimerete in quelle croci – perché la vita è piena di croci, di prove, di condizioni dure -; se non avete la mia coscienza tutto vi punirà, tutto vi crocifiggerà…vi distrugge! Ma non solo il dolore, le croci, ma anche il piacere, se non avete la mia profondità di passione, di affezione, di desiderio, anche carnale, anche il piacere vi svuota e vi logora.
Da questo, dal fatto che mi rubiate il segreto dipenderà la vostra fioritura umana, la vostra bellezza, la vostra passionalità, intensità affettiva, perché il Cristianesimo è un di più di affezione, non un di meno, il Cristianesimo non condivide il distacco dalla realtà, il Cristianesimo ti fa andare in fondo alla realtà, ti fa appassionare alla profondità di ogni cosa.
“Guai a voi”, dice Gesù, “se non mi rubate il segreto”: siate amici per rubarvi questo segreto, è l’unica amicizia degna.
Omelia Don Carlo 16 ottobre 2018
Omelia 16 ottobre
“Non è la circoncisione che conta”
Perché la circoncisione è una legge esterna, imposta dall’esterno alla persona, e quindi è alienante, non la rende libera, bella, amabile; conta la legge e se la persona ci rientra, vi si sottomette.
Una legge così estrinseca ti fa perdere il gusto di dire io, di dire tu con stima e con tenerezza. Conta più la legge di te perché è una legge che non vien dal cuore, vien dall’esterno. E dice Gesù a quel fariseo: “Voi siete stolti perché siete condizionati dall’esterno”.
Una legge così non dà gloria a Dio perché non la dà agli uomini, perché non dà gusto agli uomini.
“Non è la circoncisione che conta ma neanche la non circoncisone”, cioè la vita di quelli che non hanno alcuna legge se non l’istinto, che è una legge, ma una legge meccanica, superficiale, è sempre parziale, non ti abbraccia mai tutto intero; l’istinto muove gli aspetti animaleschi in noi, ma riduce i nostri desideri più grandi, i grandi obiettivi, i grandi ideali.
L’istinto ti svuota, ti spegne, ti toglie la profondità dello sguardo e ti priva di ragioni adeguate e quindi l’istintivo non è mai uno veramente entusiasta; ha un’euforia parziale, un po’ bestiale, ma l’entusiasmo motivato, la convinzione appassionata, quello che gli fa impegnare la vita non ce l’ha mai.
“Ma è la fede”, dice Paolo, “che vi rende veramente liberi”.
Ma che libertà ci dà la fede? E perché la fede di rende liberi? Cosa porta la fede più della circoncisione o della legge dell’istinto?
A questa domanda non deve rispondere un’omelia, ma deve rispondere la testimonianza reciproca, il racconto degli amici che raccolgono la sfida di Cristo.
Omelia Don Carlo 15 ottobre 2018
Omelia 15 ottobre
“Qui vi è uno più grande di Salomone, qui vi è uno più grande di Giona”.
Il peccato, il danno alla tua vita è non rendersi conto di questo. Continuare a cercare sempre qualcos’altro: hai incontrato tutto, dai un’occhiata, e continui a cercare altro. Una generazione malvagia, che vuole il male, che chiede sempre un segno, un altro, un altro miracolo. Mi deve accadere, mi deve accadere, se Dio mi vuole bene deve accadere, deve accadere… Non deve accadere nient’altro che tu vada a fondo di quello che ti è accaduto, questa è l’unica cosa che ti deve accadere. Come dice Paolo ai Galati: “Avete avuto tutto e vi siete subito persi tutto”. Non vi siete resi conto di quel che vi è accaduto. Cristo ci ha liberati per la libertà! τῇ ἐλευθερίᾳ στήκετε: state saldi nella libertà che Cristo vi ha dato, vi ha rimesso in mano la vita, vi ha dato la coscienza Sua, vi ha svelato che siete figli di Dio, che Dio è vostro Padre, il vostro papà, che Lui è risorto dai morti, che c’è il perdono per ogni peccato, che c’è l’eternità, e potete cominciare a gustarla adesso. Questa è la vita eterna! E perché date un’occhiata e continuate a cercare come se non aveste visto niente? È terribile.
“Non vi sarà dato nessun altro segno”.
Perché Gesù non fa il bis mai! Anzi, a quelli a cui ha fatto il miracolo, appena cominciavano a indugiare su quello, diceva: la tua fede ti ha salvato; se non resti sulla posizione della fede che riconosce Dio presente in quel segno, non ti serve a niente parlare del miracolo, non ti basterà quel miracolo né altri. “Deve accadere, deve accadere…” Deve accadere soltanto che tu riconosci, che tu spendi la vita per andare in fondo a quello che ti è già accaduto. στήκετε: “Stateci attaccati, inchiodatevi lì”.
Come l’idea dell’inchiodare sulla roccia, come la vite, il cavatappi che ci va dentro per arrivare fino in fondo. Dovete spendere la vita per arrivare fino in fondo a quel che vi è accaduto. Di miracolo ne basta uno, troppi distraggono, disperdono. Oggi è la festa di santa Teresa d’Avila che fece la riforma del Carmelo perché nei monasteri c’erano troppe robe, troppi segni, troppi miracoli…no! Ritorniamo all’essenziale, ce ne basta uno. Noi vogliamo spendere la vita per andare in fondo al primo segno che Dio ci ha dato. È un problema non di quantità di segni, ma di profondità di sguardo, si chiama esperienza mistica, andare dentro al mistero in un segno. È il contrario dell’estasi. “Ex-stasis” – vuol dire andare fuori, uscire fuori dalla natura. È il contrario del cristianesimo, l’estasi. La mistica invece è il cristianesimo. Cogliere il mistero che è entrato dentro un moscerino e spendere la vita per contemplarlo, cum-templare, andare insieme dentro il tempio: quella piccola cosa, quel frammento di realtà è il tempio in cui puoi incontrare Dio. Questa è l’esperienza cristiana, è l’inizio del Paradiso sulla terra. Tutto il resto è dispersione e distrazione.
Omelia Don Carlo 14 ottobre 2018
Omelia 14 ottobre 2018
“Gli corse incontro gettandosi in ginocchio e gli domandò (…)”.
Ma cosa Gli ha visto in faccia? Cosa ha Gesù di irresistibile, che Lo vedi per strada, Gli devi correre incontro di slancio e inginocchiarti, per andare a domandare d’impeto quello che Gli vedi in faccia, che Gli infiamma il cuore, che sta infiammando anche il tuo, tanto che non puoi farne a meno appena Lo hai visto? E lui grida:
“Cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”
Ecco, che cosa Gli ha visto in faccia, cosa Gli deve domandare: la vita eterna, che è un’espressione sintetica della concezione ebraica per dire quell’esperienza per cui è fatto il cuore. Nel nostro linguaggio non vuol dire nulla se non una cosa lontana, astratta, che non ha nulla a che fare con la vita di adesso, è una cosa che accadrà dopo, chissà, forse… No! αἰώνιον viene da “eón” che vuol dire un’epoca, una fase della vita; sono cinque le epoche della vita: la fanciullezza, la pubertà-adolescenza, la giovinezza, la maturità e la vecchiaia. A-eònion:, “a” è privativo, è una vita senza quelle fasi, in cui non accade più naturalmente che la pubertà ti fa perdere la fanciullezza, la giovinezza ti fa perdere e così via… alla fine a chi è vecchio sono rimaste solo le pompe funebri e basta, ha perso tutto. La vita eterna vuol dire una vita afasica, senza le fasi, che ha sfondato il limite del tempo, in cui la successiva non butta via la precedente, ma la conserva, la rivitalizza. E alla fine tu hai l’uomo vecchio, che ha incontrato la vita eterna, che le ha tutte insieme! Non ha perso la freschezza curiosa del fanciullo, non ha perso l’impeto fisico della pubertà, non ha perso la tensione ideale al sogno, all’infinito che ha il giovane, non ha perso la capacità di protagonismo, di creatività, di generatività dell’adulto, e ha insieme la saggezza dell’anziano che le ha viste tutte e si fissa sul punto, ha sempre a fuoco l’essenziale. Perciò l’anziano di fede è l’unico uomo che può essere entusiasta, perchè non si disperde più sui dettagli, ma ormai ha agguantato il punto: ha la saggezza dell’anziano fino allo stupore curioso, immediato del bambino; le ha tutte insieme: è una vita che ormai ha sfondato il tempo e quindi ti convince che sfonderà pure il limite della morte. Ormai c’è qualcosa, l’hai vissuto per settant’anni, per novant’anni, che ha già sfondato il tempo, le fasi sono già sfondate, il tempo che passa non ammazza quello precedente, non perdi più la vita vivendo – direbbe Eliot – ma la conquisti vivendo. Questo è il miracolo! Quella biologica no, una fase fa fuori l’altra, ma la vita spirituale, quella del cuore, invece, va verso un crescendo. Ecco cosa ha visto quell’uomo in faccia a Gesù. E Gli dice: “Io la Voglio! Questo è un miracolo! Nella tua faccia ci sono tutte! Tu hai trent’anni, ma di fatto c’hai la faccia del bambino e la faccia del vecchio! Le hai tutte insieme! Io voglio quello che hai Tu!”
Gesù lo guarda e gli dice: “Bene, seguimi, anche io sto cercando questa vita! Ho già iniziato a scoprirla, comincio a vedere che ribolle in me. Se vieni con me la scoprirai insieme con me”.
Di fronte alla sfida “si fece”, dice, “scuro in volto e se ne andò rattristato”
Come?! È arrivato entusiasta, vede la vita eterna e se ne va via triste?! Ci si aspetterebbe il contrario: che uno sia triste prima di averla incontrata, una volta che l’ha vista dovrebbe essere entusiasta. È paradossale, ma Con Gesù accade così. Ché la vera tristezza non è quella che hai prima; prima sì, ti manca qualcosa ma non sai bene quello che ti manca e ti godi quel che hai: se aveva molti beni se li godeva prima, era felice. La vera tristezza lui ce l’ha dopo; non perché ha perso tutti quei beni, no, li possedeva, li continua a possedere, li avrà fino alla fine della vita, se li potrà godere tutti, ma non se li potrà godere più come prima, perché prima aveva solo quello, non c’era altro che quello, magari un po’ di più. Adesso invece li ha ancora tutti e può fare esattamente quello che vuole, ma adesso Gli procurano tristezza invece che felicità: perché? Perché ha visto di più di quei beni, ha visto la vita eterna e se ne tornò a casa con quella tristezza, con quella benedetta tristezza. Perché è benedetta, perché quella non lo mollerà più. E gli ricorderà quello che lui un giorno ha visto, gli ricorderà che la vita eterna esiste, che in faccia di quel trentenne la vita eterna c’era. E lui sa che se la vuole potrà in un istante, come il Figliol prodigo, tornare a prenderla, tornare a goderne, solo se non ha paura di quella tristezza, se non la maledice, se non la uccide, se non è vigliacco, se non decide di ripiegare sulle cose vili. Sarebbero preziosi per questo uomo – non dice giovane, dice “un tale” –, degli amici amici di quella tristezza, che condividano con lui quella tristezza, che stiano con lui non per fuggirla, ma per guardarla, per convertirsi un giorno a quella tristezza, non per divertirsi, per divergere. Normalmente le amicizie naturali hanno lo scopo di distrarsi, di divergere, di non pensarci più. Gli amici veri sono amici di quella che Dostoevskij chiama quella “eterna e santa tristezza”: eterna, che non viene mai meno, e santa perché è il dono prezioso che Cristo fa a chi incontra, sia a chi decide di seguirLo, sia a chi decide, per adesso, di tornarsene a casa. Gli regala comunque quella eterna e santa tristezza. Siamo amici per averla cara.
Omelia Don Carlo 12 ottobre 2018
*Omelia 12 ottobre 2018*
“Su chi spera nelle opere della Legge incombe la maledizione”.
Su chi si aspetta la propria realizzazione dalle opere che lui fa, dal suo fare, incombe la maledizione, cioè l’ideale americano della vita: il self-made man, quello che si fa da sé, che si realizza con il suo fare. Chi punta sulle sue opere, sul suo fare prima o poi si sentirà maledetto.
Quando ti senti sbagliato, fallito è per questo. Quante volte sento uno sconsolato, amaro che dice: “Ma allora cosa c’è per me? Ho fatto questo, ho fatto questo, ho desiderato questo. Cosa c’è per me?” e si sente maledetto dalle sue opere perché ha sperato nelle sue opere; perché le mie opere sono piccole come sono piccolo io e, anche quando si realizzano come io volevo, risultano sempre troppo piccole perché piccole di fronte alla grandezza del cuore, che è fatto per l’infinito. Mi sento maledetto perché ho sperato in me.
Chi mi libera da questa maledizione amara? Dice il salmo:
“Grandi le opere del Signore, le ricerchino quanti le amano”.
Ecco io mi sento benedetto se cerco e amo le opere del Signore, se scopro la grandezza delle Sue opere che mi realizzano ben più di quanto io avevo immaginato. Quante volte mi trovo sorpreso, mi sveglio e mi guardo, faccio un bilancio e dico: “Ma è come grande quello che Tu hai preparato per me”. E mi scopro libero, grato in pace, altro che l’ideale americano che dice – c’è anche uno slogan pubblicitario negli ultimi giorni- “perché tu sei ciò che fai”. Ma sei scemo?! Io non sono ciò che faccio. Io sono ciò che conosco, ciò che amo e ciò che domando. Quello che io faccio è come la stampante del tablet o del computer, che stampa, che esprime quello che c’è dentro ma non lo arricchisce di nulla, quello che arricchisce il computer non è l’output, è l’input, i dati che ci vanno dentro.
Io sono piccolo, pieno di limiti e faccio cose piccole, deludenti, pieno di limiti ma io così piccolo, così limitato posso conoscere, amare e domandare la grandezza, posso conoscere e amare Ciò che è grande, le Sue opere. E ogni giorno mi trovo a benedire chi mi mostra la grandezza, le Sue opere e Lui, perché io quello lo posso conoscere, quello lo posso amare, quello lo posso sempre domandare. E’ quello che mi riempie.